Bimbo sfida i controlli in aeroporto Arrestato in Texas senza biglietto

A 9 anni ruba un auto e beffa i poliziotti per raggiungere il nonno

da New York

Negli Stati Uniti la sicurezza nazionale è fonte di costante dibattito. La promettono i candidati alle prossime presidenziali, la sognano i newyorchesi, nel cui subconscio vivono ancora le immagini di un undici settembre che potrebbe ripetersi. La gestiscono i controllori che hanno trasformato gli aeroporti americani in un percorso ad ostacoli, dove i metal detector passano ai raggi scarpe e cappotti e dove è ormai impossibile imbarcarsi con una bottiglietta di acqua, un rossetto o un biberon.
Eppure nulla è servito a bloccare il sogno di un ragazzino di 9 anni, un bambino afroamericano di Seattle che voleva andare a vivere con il nonno a Dallas. Semaj Booker era il figlio maggiore dei quattro che sua madre, Sakinah, faticava a mantenere. Senza un padre, il ragazzino le aveva ripetutamente domandato di mandarlo a vivere col nonno. «C’è un maniaco che mi mette paura», le diceva, ma lei, disoccupata, non poteva certamente permettersi di comprargli un biglietto aereo. Così lui ha deciso di provarci: è scappato di casa 10 volte, ha imparato a guidare coi videogiochi ed ha rubato ben tre macchine. L'ultima, una Acura del 1986, era stata lasciata dal vicino col more acceso nel vialetto di casa. Semaj ha ingranato la marcia e per più di mezz’ora ha costretto i poliziotti ad inseguirlo in una pericolosa gimcana a 140 km orari finché si è schiantato contro un albero. Anche lì, non voleva arrendersi e i poliziotti hanno dovuto rompere uno dei finestrini e tirarlo fuori. Questo accadeva domenica scorsa. Il mattino dopo Semaj è salito su un bus e ha raggiunto l’aeroporto internazionale di Seattle dove ha letto il cartellone dei voli in partenza: ce n’era uno che faceva scalo a Phoenix e poi a San Antonio, nel Texas. Ha aspettato finché ha sentito l'annuncio del banco informazioni che chiedeva ad un passeggero di contattarli. «Sono io - ha sorriso - ho perso il biglietto d'imbarco e mia madre mi aspetta in sala d'attesa».
«Ti chiami Franklin? Hai dodici anni?» gli ha chiesto l'impiegato della Southwestern Airlines. Semaj ha annuito e si è visto dare la carta d'imbarco di Franklin Williams (che nel frattempo stava ricevendo ad un altro banco accettazioni un'identica carta d'imbarco). Grazie ad una legge secondo la quale i minori di sedici anni non hanno bisogno di esibire alcun documento d'identità, Semaj si è imbarcato, è arrivato prima a Phoenix e poi a San Antonio. Solo che lì, dopo un volo di 2,750 chilometri, non è riuscito a ripetere lo stesso escamotage.
«Sono fiera di lui», ha detto la madre che fino a ieri non aveva ancora trovato i soldi per andarselo a riprendere dal carcere dove Semaj è tuttora rinchiuso. «Ha dimostrato di saper raggiungere qualsiasi obbiettivo» ha detto sua madre che è decisa a fare causa alla linea aerea. Ovviamente ai controlli gli avevano chiesto di togliersi scarpe e cappotto e di passarla ai raggi. «Perché?» si era stupito il ragazzino. «Lo sai benissimo»l’aveva rimproverato l'ispettore «Muoviti, che blocchi la fila».