Bin Laden fu tradito dalla telefonata di un chiacchierone

Un fortino nel deserto, in una giornata allagata di sole. Nell’aria una nenia araba. È una giornata ingrata per il tenente Champignon. Ha un detenuto da fucilare. Il drappello di soldati, di una immaginaria Legione Straniera, è già schierato. Al muro c’è Massimo Lopez. Pantaloni di cotone chiaro, camicia a righe elegantemente stazzonata, solita faccia da schiaffi. «Avete un ultimo desiderio?» domanda impettito l’ufficiale, secondo tradizione. E Lopez: «Potrei fare una telefonata?» Il permesso è accordato. «Pronto Mario, come stai?... Bene, bene, sono con degli amici... Sì sì sta bene... no, è l’altro, il piccolo; cosa vuoi, corre dappertutto, poi suda e si ammala... No, domenica non vengo. Per fare 30 chilometri ci vogliono tre ore...». Una conversazione che non finisce mai. Da cui lo slogan: «Una telefonata ti allunga la vita».
Era un fortunato spot della Tim. Ma non sempre funziona così. A volte, una telefonata la vita te la può accorciare. Così è andata, per esempio, a Osama Bin Laden, che della prudenza a della massima cautela, al capitolo «Comunicazioni», aveva fatto una religione, la seconda. Colpa non sua, a dir la verità, e neppure del famoso «corriere» tampinando il quale, come ormai il mondo sa, la Cia arrivò al covo di Abbottabad. Ma di uno sventurato, uno dei marrazzoni del grande circo qaidista. Al centro della grande «spy story» una telefonata come quella di Massimo Lopez, il comico, intessuta di «come va?» e «che fine hai fatto?» ed «è un pezzo che non ti fai sentire». È il marrazzone che chiama il «corriere». E nessuno dei due si ricorda, per un momento, che il Grande Orecchio ascolta in continuazione, filtra, screma, setaccia. E che poi ci sono instancabili teste elettroniche, e teste umane che vagliano, separano, macinano dati e danno un senso anche all'insensato.
«Ci sei mancato. Come ti va la vita? Che fai?» chiede il marrazzone al «corriere», che poi è Abu Ahmed Al Kuwaiti. Abu Ahmed la butta sul generico. «Sono tornato con la gente con cui ero prima», dice. E fa una pausa di sospensione come per dire: «Hai capito, guagliò?».
«Sono tornato con la gente con cui ero prima... Sono tornato con la gente con cui ero prima...» Per giorni e settimane gli specialisti della Cia, a Langley, masticarono e rimasticarono quella frase, convincendoli a mettere quel numero di telefono intercettato - e fino ad allora ignoto - sotto sorveglianza. Un misto di sagacia e di fortuna, insomma.
Dopo ulteriori verifiche, pedinamenti e indagini, l'intelligence Usa giunse alla certezza che l'uomo che stavano intercettando era proprio Abu Ahmed Al Kuwaiti, il «corriere» di Bin Laden.
È stato seguendo lui che la Cia è arrivata ad Abbotabad, davanti a quello strano mausoleo fortificato da cui non arrivava mai nessun segnale elettronico. Niente telefonate in arrivo o in partenza, una vera tomba elettronica. Però c’era quella strana figura, un uomo alto, «il passeggiatore» che il satellite spia inquadrava tutti i giorni mentre faceva la sua «ora d’aria» nel cortile del caseggiato. Era Osama? Un rompicapo fatto apposta per far drizzare ancora di più le antenne agli spioni agli 007 americani. E non era bello strano, per esempio, che Al Kuwaiti, quando usciva da quella casa, aspettava di mettere fra sé e il «mausoleo» almeno 100 chilometri prima di inserire la batteria nel suo cellulare, e che perciò solo da quel momento, e da quella posizione geografica era intercettabile?
La casa di Abbottabbad rimase per mesi sotto la lente d’ingrandimento della Cia, e ad aprile si tirarono le somme. Ma le possibilità che al riparo di quella fortezza ci potesse essere Osama Bin Laden in persona, il ricercato numero 1, oscillarono sempre fra il 60 e l’80 per cento. Abbastanza per convincere il presidente degli Stati Uniti che era il caso di infischiarsi del diritto internazionale e di far entrare in azione i suoi vendicatori. Il resto è contorno. Come il video, fra quelli sequestrati nella casa, in cui si vede Osama che si rimira in tv per analizzare come i media parlano di lui; o come il racconto della moglie yemenita dello sceicco, che racconta come fin dal 2003 Osama e i suoi familiari avessero vissuto in un paese a qualche decina di chilometri da Islamabad, la capitale del Pakistan. Altro che aree tribali, e caverne e rifugi da orsi marsicani. Come già sapevano le Brigate rosse, per nascondersi non c’è niente di meglio che una città.