Bin Laden riconosce la strategia vincente degli Usa in Irak

Se non credete al generale David H. Petraeus ascoltate Osama Bin Laden. Nell’ultima severa reprimenda rivolta ai propri militanti iracheni, l’emiro di Al Qaida li accusa di essersi lasciati dividere, di essersi dimostrati inefficaci, di essere caduti nella trappola del nemico. Per una volta le sue parole non hanno il tono ridondante dell’invettiva, ma quello amaro della sconfitta. Gli errori elencati da Bin Laden suonano come la speculare trasposizione dei successi rivendicati dal generale Petraeus nel rapporto al Congresso dello scorso settembre.
In quel rapporto lo stratega dell’offensiva contro Al Qaida e le forze insurrezionali in Irak non prometteva una fulminea vittoria. Ricordava soltanto di aver lanciato la prima campagna organica e strutturata in quattro anni di presenza militare e chiedeva di rimandare qualsiasi drastico taglio delle truppe. Le tesi di Petraeus sono state liquidate come pura fiction da alcuni esponenti democratici americani e dai pacifisti di casa nostra. A restituirgli l’onore perduto ci pensa il suo nemico numero uno.
Il simbolo dei successi ottenuti in soli dieci mesi è, del resto, quella provincia di Anbar conosciuta un tempo come la roccaforte di Al Qaida. Un anno fa gli abitanti di Ramadi, capoluogo dell’«inferno» di Anbar, assistevano alle sfrontate parate dei militanti di Osama per strade della città. In quel clima le rare e difficili sortite americane dovevano far i conti con ordigni comandati a distanza e camion bomba. Oggi l’incubo è lontano. In pochi mesi gli ufficiali di Petraeus hanno conquistato l’anima e la mente di decine di quei capi tribali sunniti pronti un tempo ad appoggiare i gruppi fondamentalisti.
Interpretando il disgusto di quanti mal digeriscono le stragi di civili e il fanatismo religioso, i comandanti del generale Petraeus hanno lanciato una vasta campagna di reclutamento. Dopo aver ascoltato i capi tribù, aver verificato la loro disponibilità a schierarsi contro i militanti di Osama gli americani hanno incominciato ad armarli, addestrarli e garantire l’arruolamento di una consistente quota di membri d’ogni clan sunnita nell’esercito iracheno. Da allora i gregari di Al Qaida non nuotano più come pesci nell’acqua e le consuete tattiche d’intimidazione perdono efficacia.
Neppure l’assassinio a Ramadi, il 13 settembre, dello sceicco Abdul Sattar Abu Risha, fondatore della coalizione anti Al Qaida, ha fermato i successi americani. Lo sceicco Ahmed Abu Risha, succeduto al fratello, ha appena organizzato la «sfilata dell’unificazione» invitando trecento militanti della coalizione anti qaidista a sfilare per le strade di Ramadi in ricordo di Sattar. La provincia di Anbar è insomma passata dal controllo di Al Qaida a quello dei gruppi sunniti alleati degli Usa. Osama lo sa e lo dice.
Chi non crede ai risultati di Petraeus e pretende una veloce e sconsiderata fuga dall’Irak è cortesemente pregato di rivolgersi al suo nemico.