Il binario morto diventa un rifugio E anche il convento finisce in cuccetta

TUTTO ESAURITO Le carrozze sono piene: «Ci forniscono lenzuola sintetiche e coperte»

nostro inviato a L’Aquila

Ai bambini che non hanno più una casa, e ora dormono alla stazione, in un treno di seconda classe spiaggiato su un binario morto, bisognerebbe raccontargliela con un po' di poesia. Bisognerebbe che fra Valerio, per esempio, frugandosi tra la barbaccia nera che gli ricade sul saio marrone da cappuccino, ritrovasse l'estro di quand'era ragazzino lui. E spiegasse ai bambini sfollati alla stazione che anche il treno su cui hanno trovato ricovero, con quella benedizione di cuccette riscaldate, è un po' magico, come quello di Harry Potter. I bambini si sa come sono. Ci mettono niente, a trasformare con la fantasia queste carrozze un po' lise, dipinte di verde, di bianco e di blu, nella «locomotiva a vapore scarlatta, ferma lungo un binario gremito di gente» che si para davanti agli occhi stupefatti di Harry alla stazione di King's Cross. Il cartello alla testa di quel treno, come tutti sanno, diceva: «Espresso per Hogwarts, ore 11».
Già me lo vedo, frate Valerio, la barba in tumulto e il cordone bianco che gli scivola lungo il fianco destro della tonaca marrone da cappuccino, mentre recita con voce tonante: «Harry si guardò indietro e, là dove prima c'era il tornello, vide un arco in ferro battuto, con su scritto "Binario Nove e Tre Quarti"... ».
La stazione ferroviaria dell'Aquila non è mai stata un granché. Ma adesso, con gli edifici che le fanno corona smozzicati dal terremoto, e la fumigante cucina da campo ospitata sotto una tettoia sbilenca, e le tende dei dottori del 118 ormeggiate sul piazzale, sembra uno di quegli scali ungheresi, o cecoslovacchi, di quando c'era ancora il Muro. Eppure, da mercoledì sera, da quando un funzionario delle Ferrovie ha avuto il colpo di genio, la stazione dell'Aquila è diventata una specie di Grand hotel, di Excelsior. E ora che si è sparsa la voce, tutti gli sfollati che passano la notte al freddo, sotto le tende di piazza d'Armi, vorrebbero venire qui. L'idea, venuta a un genio delle Ferrovie e sposata immediatamente da Bertolaso, è stata questa: agganciare ai tre treni-cuccette ormeggiati in stazione un bel locomotore acceso giorno e notte, in modo che si possa scialare col termostato, l'acqua nelle ritirate, l'energia elettrica. E personale che passa a pulire due volte al giorno. Insomma: il lusso.
Peccato che degli 820 posti disponibili, in capo a 24 ore se ne siano andati già 750, e figuriamoci se le altre 70 cuccette non son già state assegnate prima che cominciassimo a scrivere questo articolo.
Certo fa un po' strano dormire in una cuccetta di un treno che non va da nessuna parte, e non c'è neanche il prevedibile conforto del “tatàn… tatàn” della carrozza che incespica sulla giunzione dei binari a conciliare il sonno. Ma son così dolorose, e dure, e vuote queste giornate, che nessuno baderà a questi dettagli.
Il padre superiore del convento di Santa Chiara, Luciano Antonelli, occupa con cinque dei suoi confratelli lo scompartimento 6 della prima carrozza di un treno che un giorno, assicura la tabella affissa alla fiancata, ripartirà per Terni. Gli altri otto frati del convento, che pencola a poca distanza dalla Casa dello studente, sono rimasti nelle tende di piazza d'Armi. Così anche i Cappuccini, che avrebbero dovuto avere un trattamento di favore dal Padreterno, sono finiti tra gli sfollati, scherzo con padre Gaspare Vuka, 36 anni, albanese di Scutari. «Ma no, ma no - ribatte questo ragazzone con la barba bionda e gli occhi azzurri -. Noi siamo tutti vivi e stiamo bene. Non le pare che abbiamo avuto un occhio di riguardo?».
Padre Gaspare aveva 16 anni quando è venuto in Italia. Ha fatto il seminario a Viterbo, ha preso i voti nel ’97. La notte del terremoto non ha fatto in tempo neanche ad afferrare il saio. Così ora gira in jeans, felpa e maglietta grigia e un giaccone beige avuti in regola da una buona donna di Pietracquaria, vicino Avezzano. Ma come si dice, non è l'abito che fa il monaco. «Quando il Signore vorrà - recita rassegnato padre Vuka, ma sorridendo in letizia - ci riprenderemo i nostri abiti. Altrimenti, come dicono i libri sacri, nudi siamo nati, e nudi moriremo... ».
Non contento di aver portato i treni riscaldati, il genio delle Ferrovie ha inventato delle magnifiche rampe di salita (un carico di breccio collocato ai piedi del predellino, tre tavole appaiate per fare lo scivolo) agli scompartimenti. Così la vita per i vecchi e i disabili in carrozzella si fa più facile.
Tutte le sere, il personale del treno distribuisce lenzuola di tessuto sintetico e copertine, mentre i bagni chimici sono fuori, di fronte alle carrozze. Un campeggio in piena regola. Nell'area della stazione, ecco il gruppo avanzato di medici, infermieri e tecnici dell'Areu, l'azienda regionale delle emergenze e urgenze del 118 lombardo, guidati dal dottor Marco Salmoiraghi, direttore sanitario dell'Areu. Tende, strumenti tecnici, salette per le visite e le prescrizioni, computer, logistica nuova fiammante. Gente bella e gagliarda, capace «in un'ora», assicura il medico rianimatore Maurizio Raimondi, di mettere in piedi «una struttura operativa con corrente elettrica, riscaldamento, torre luci, comunicazioni».
Che manca? «Manca di dire due cose sulla Pasqua imminente», mi ricorda frate Valerio. Giusto. Per gli sfollati alla stazione i cappuccini stanno pensando in grande. «Allestiremo un altare per la messa. E prima organizzeremo un luogo per le confessioni e tutto quello che servirà per dare assistenza spirituale a un migliaio di persone», assicura il fraticello. Certo che padre Vuka, con quei jeans... In effetti, conciato com'è, forse è meglio che l'oratorio, e il teatrino di Harry Potter col binario Nove e Tre Quarti lo organizzi lui.