Bindi: «A Fioroni l’Istruzione perché ha più tessere»

Lo sfogo del ministro della Famiglia: «Nell’attribuzione dei dicasteri hanno usato il metodo Cencelli»

da Roma

Quando il medico nonché ex sindaco di Viterbo Giuseppe Fioroni della Margherita era stato nominato ministro dell’Istruzione molti si erano chiesti il perché. E finalmente ieri è arrivata la spiegazione. È stata il ministro per la Famiglia, Rosy Bindi, ovvero la candidata numero uno al dicastero di viale Trastevere poi inspiegabilmente silurata, a dire in diretta tv (intervistata da Maria Latella su Sky) che «il re è nudo» ovvero che l’attribuzione dei dicasteri ha seguito «criteri cencelliani» e non di merito o competenza.
«Tanto ai partiti e dentro ai partiti tanto alle correnti. - spiega la Bindi -. Il ministero della Pubblica istruzione è ritenuto più importante del ministero della Famiglia e quindi si dà a una persona che dentro il partito ha più tessere della Bindi. Siccome io, tra l’altro, non ne ho quasi nessuna, se non la mia e quella di qualche amico, ho sostenuto che forse potevano anche non mandarmi al governo se il criterio era questo».
La Bindi però assicura di essere ora «molto contenta» anche se la sua prima intervista da ministro le è costata una pesante rottura con le gerarchie vaticane. La sua apertura ai Pacs, ovvero al riconoscimento dei diritti seppure parziale per le coppie conviventi etero e omo, non è piaciuta per nulla alla Chiesa. Un brutto dispiacere per la cattolicissima Bindi che si è affrettata a scrivere una seconda lettera di chiarimento all’Avvenire.
«Il mio non è e non sarà il ministero dei Pacs - assicura il neoministro -. Anche se non può sfuggire l’importanza del tema delle unioni di fatto non si tratta di una questione centrale». La Bindi parla di «molti equivoci» nati sull’argomento e ribadisce che «quello che fa fede è il programma dell’Unione». Sull’interrogativo se alle unioni di fatto spetti un riconoscimento di natura pubblica o privata, il ministro osserva che «in questi termini la questione non è risolvibile». Per la Bindi «se si concorda di voler riconoscere i diritti delle persone e non le convivenze» non è possibile «prescindere dal legame per attribuire i diritti e doveri alle persone».
Sempre sul tema delle unioni di fatto, il ministro della Famiglia ricorda l’intesa raggiunta all’interno della maggioranza sull’«esigenza di non relegare nella clandestinità, rispetto all’ordinamento giuridico, le persone che affidano i propri progetti di vita a forme diverse di convivenza». Tuttavia, aggiunge, «nessuno pensa di equiparare queste convivenze al matrimonio, e neppure di affidarle a una regolamentazione che le trasformi, de facto, in un piccolo matrimonio o in un matrimonio di seconda classe. Di fronte a situazioni diverse servono formule giuridiche diverse».
La Bindi poi aggiunge di volersi occupare soprattutto della famiglia tradizionale coordinando e armonizzando le politiche dei vari dicasteri. Il ministro pensa ad istituire una sorta di «valutazione di impatto familiare di tutte le politiche» per tutelare meglio le esigenze dei nuclei familiari.