La Bindi rovina la Festa ai Ds: "Non vogliono dibattiti sul Pd"

Il ministro Dl si scaglia
anche contro Fioroni:
offende e provoca,
Veltroni lo faccia tacere. Quando alla sfida sui segretari regionali dice: "Hanno una gran voglia di
costringerci a presentare candidati alternativi, e noi non abbiamo
paura: lo faremo"

da Roma

In vacanza sulla costa toscana, Romano Prodi «se la sta godendo un mondo», assicurano i suoi amici, ad assistere al «caos» che si sta scatenando nelle file del nascente Partito democratico, e allo scontro che da Roma sta dilagando in periferia tra candidati, partiti, correnti e subcorrenti di ds e Margherita.
«Hanno voluto fare le cose senza di me, con l’idea di mettermi fuori gioco? Ecco il risultato», è il tenore delle confidenze del premier, in questi giorni di mezza estate. Naturalmente, giurano i suoi, Prodi si limita a «guardare da lontano», non ha messo mano né bocca nel tumultuoso avvio della campagna per le primarie, non c’entra per nulla con la candidatura di Rosy Bindi, ad esempio, e con la sua aggressiva campagna anti-Veltroni e anti-apparati. Ufficialmente il Professore non proferisce verbo da settimane, se non per incoraggiare la «grande prova democratica» del Pd; non ha neppure voluto dire per quale dei candidati in lizza voterà: «Perbacco», è stata la sua unica risposta. E ieri ha annunciato che il suo «digiuno mediatico» durerà ancora «a lungo». Perché poi «si parla meglio».
Di certo, però, tutta l’ala prodiana della (ex) Margherita, Arturo Parisi in testa, è ormai impegnata in una aperta guerriglia a sostegno della Bindi, contro il sindaco di Roma e contro gli «apparati» che lo sostengono, ossia gli stati maggiori di Ds e Dl. E di certo un risultato (che non spiace per niente al premier) lo hanno già ottenuto: per Walter Veltroni sta diventando molto più complicato del previsto ottenere quell’ampio plebiscito che gli servirebbe per consacrare la propria leadership sul Partito democratico e sull’intero centrosinistra. E per Quercia e Margherita la partita per mantenere il controllo dei futuri organigrammi si sta facendo difficile.
Lo si capisce anche dall’asprezza con la quale ieri il ministro Giuseppe Fioroni (popolar-mariniano) è intervenuto mettendo nel mirino proprio Parisi: «Gli consiglierei di vivere senza angoscia la fase costituente e questa volta di dare il suo apporto costruttivo, invece di continuare con questo atteggiamento che genera solo instabilità», avverte in un’intervista al Messaggero. Accusando il ministro della Difesa «e alcuni prodiani» di «voler mettere le mani avanti già adesso per dire che le primarie sono viziate e che l’enorme consenso per Veltroni sarebbe inquinato da manovre di apparato». E invece no, «ma quando mai. Lascino votare la gente e poi giudichino: il loro è un atteggiamento prevenuto e anche antidemocratico». Ne ha anche per Letta e Bindi, il titolare della Pubblica istruzione: visto che invocano «trasparenza», presentino «proposte alternative a quelle di Veltroni», e soprattutto candidati alternativi alle segreterie regionali del Pd, «marcando la loro differenza anche a livello locale». Altrimenti, meglio che facciano «un passo indietro».
La Bindi insorge: Fioroni «si dia una calmatina e se ne vada in vacanza», le sue sono «posizioni inaccettabili», e Veltroni deve «far tacere questi suoi sostenitori che tutti i giorni provocano e offendono». Quando alla sfida sui segretari regionali, «hanno una gran voglia di costringerci a presentare candidati alternativi, e noi non abbiamo paura: lo faremo». Poi se la prende con i Ds, accusandoli: «Non vogliono fare i confronti tra candidati alle feste dell’Unità: siamo tutti in serate separate», denuncia.
E con la Quercia maramaldeggia anche Arturo Parisi, che fa sapere di essere stato invitato per la prima volta dal 2000 (quando invitò Veltroni, allora segretario, a sciogliere il partito «ricevendo una sprezzante risposta») alla Festa ds. «Un altro pezzo di muro è crollato - annuncia sarcastico il portavoce di Parisi, Andrea Armaro -. Sia pur lentamente, prosegue il cammino degli eredi del Pci verso la democrazia». Peccato che il ministro della Difesa non sia stato invitato a parlare di Pd, bensì di pari opportunità.