Bini Smaghi, il banchiere inchiodato alla poltronache blocca il Paese

Bini Smaghi non vuole lasciare la Bce a un francese e ci fa litigare con Sarkozy. Sognava la guida di Bankitalia, ha rifiutato l’Antitrust e intanto rimane dov’è

Saranno le pensioni, sarà l’enorme debito, saranno le presunte chiacchiere intercettate di Silvio Berlusconi. Ma l’irrigidimento e il sarcasmo del presidente francese Nicolas Sarkozy contro l’Italia ha soprattutto un nome - Lorenzo - e un cognome, anzi due: Bini Smaghi. L’intoppo che ostruisce il fluire dei rapporti tra i due Paesi ha le sembianze di questo economista fiorentino di nobili natali il quale non intende liberare il posto che occupa da sei anni nel comitato esecutivo della Banca centrale europea.

La vicenda è nota. Quando, la primavera scorsa, Mario Draghi fu indicato come futuro presidente della Bce, l’Italia prese un impegno con Parigi: rendere disponibile la poltrona di Bini Smaghi. Due italiani contro zero francesi nel board di Francoforte è intollerabile per lo sciovinismo d’Oltralpe. Ma vista nell’ottica degli equilibri internazionali, la situazione risulta obiettivamente squilibrata. Il board è composto da 6 persone, il presidente e 5 consiglieri, che oggi sono un portoghese (che fa da vice), uno spagnolo, un tedesco, un belga, e appunto il banchiere patrizio di Firenze. Fino a ieri la rappresentanza francese era nelle mani autorevolissime di Jean-Claude Trichet, il presidente. Domani una delle maggiori economie dell’Ue sparirebbe d’emblée dal suo vertice finanziario.

Berlusconi aveva preso un impegno preciso al momento della designazione di Draghi: Bini Smaghi si sarebbe fatto da parte. Sarkozy appoggiò la nomina del banchiere italiano per il dopo Trichet a patto che un francese entrasse nel board. Il nostro premier diede la parola. Ed è questo che irrita l’Eliseo: le mancate dimissioni vengono interpretate come un venir meno alla promessa. Ma il banchiere non aveva preso nessun impegno. O meglio, Bini Smaghi aveva assicurato a Sarkozy che avrebbe liberato il campo entro la fine dell’anno, non subito. L’addio non doveva sembrare legato all’arrivo di Draghi a Francoforte, quanto alla scelta di un posto di maggiore prestigio.

Quest’impegno era stato preso al telefono. Nulla di ufficiale. Invece il governo si era solennemente assunto l’obbligo di garantire le dimissioni. Berlusconi confidava nel senso dello Stato e nel dovere della responsabilità istituzionale che non mancano certo al conte Lorenzo. Si sarebbe trovato un modo per valorizzarne adeguatamente l’importante curriculum e il bagaglio di competenza, esperienza, rapporti internazionali.

Tuttavia Bini Smaghi, 55 anni, studi in Belgio e Stati Uniti, una carriera tra il Fondo monetario internazionale e il servizio studi di Bankitalia prima di approdare alla banca centrale di Francoforte in sostituzione di Tomaso Padoa-Schioppa, riteneva che solo una destinazione facesse al caso suo: quella di governatore in via Nazionale. Un’ambizione senz’altro legittima, al punto di essere rimasto fino all’ultimo nel novero dei candidati alla successione di Draghi. Ma contro la sua designazione è giunto il veto di Napolitano.

Berlusconi ha offerto a Bini Smaghi la presidenza dell’autorità Antitrust, in scadenza ad aprile. Gli ha garantito che si sarebbe battuto a suo favore per la presidenza della Banca europea degli investimenti: battaglia difficile perché è arduo strappare una seconda presidenza dopo quella della Bce, ma non impossibile. Il suo nome è circolato anche nei momenti di maggiore tensione tra il premier e Giulio Tremonti come possibile nuovo ministro dell’Economia.

Per convincere Bini Smaghi a lasciare Francoforte, Berlusconi ha soltanto l’arma della «moral suasion», come si dice dalle parti del Quirinale. I membri del comitato esecutivo sono inamovibili, a garanzia della loro indipendenza da eventuali pressioni dei governi che li hanno designati. Il conte fiorentino è blindato da un parere dell’ufficio legale della Bce: le dimissioni di un consigliere devono essere volontarie e compensate dalla collocazione in un posto adeguato al rango del soggetto. Ed eccoci all’impasse odierna. Arriva Draghi, resta Bini, Sarkò si irrita e Berlusconi deve mediare, convinto che ciò sia all’origine dell’intransigenza francese. Ci sarebbe anche la testardaggine di Bossi, ma quella è un’altra partita.