Binnu, il Padrino del casolare accanto

Nel libro «Il giorno della civetta» di Leonardo Sciascia il capomafia don Mariano Arena, quando il capitano dei carabinieri Bellodi lo va ad arrestare, gli dice: «Io ho una certa pratica dell'umanità, bella parola piena di vento, e la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i piglianculo e i quaquaraquà... Lei, anche se mi inchioderà come un Cristo, lei è un uomo...». E il capitano gli risponde con una certa emozione: «Anche lei...».
A Sciascia non fu mai perdonato dai professionisti dell'antimafia di aver posto sullo stesso piano il mafioso e il carabiniere (e lo Stato) e di aver mostrato di nutrire in qualche modo rispetto per il capomafia (e la mafia). Fino al punto di collocarlo nella categoria che don Mariano chiama dei quaquaraquà e di espellerlo dalla società civile. Anche a Giovanni Falcone, quando polemizzò con i maniaci del «terzo livello», quelli che piuttosto che perseguire i mafiosi perseguitavano i politici, e li aveva accusati di rivelare «una profonda ignoranza dei rapporti tra mafia e politica», toccò in sorte l'accusa di essersi fatto sedurre dalla mafia.
Ora, dopo l'arresto di Bernardo Provenzano, ce l'hanno con il Superprocuratore antimafia Piero Grasso, perché ha parlato di «etica mafiosa». Grasso che da procuratore di Palermo aveva cambiato radicalmente i metodi investigativi e politici che avevano impedito fino ad allora di catturare il più famoso dei latitanti, ha spiegato che non c'è contrasto tra il suo povero giaciglio senza lenzuola e gli introiti milionari di Cosa nostra: «Siamo abituati ai simboli della società del consumismo, ai soldi che ci devono dare ciò che gli altri non hanno. In realtà questo modo di interpetrare la vita e la ricchezza non corrisponde né a Cosa nostra né a Provenzano»; e che quella di Provenzano di vivere in una stalla e di nutrirsi di cicoria è stata «una scelta di vita e una scelta funzionale alla latitanza, una scelta di povertà come un modo per continuare a essere il capo da latitante, facendo dei sacrifici per l'organizzazione», e che «Provenzano distribuiva soldi e proventi alle famiglie dei detenuti. Ecco l'esempio di etica mafiosa per gli altri, dava l'immagine del capo che si sacrifica per gli altri, come il comandante che abbandona per ultimo la nave», e che «la sua religiosità è qualcosa che si può anche avere pensando in maniera presuntuosa di essere nel giusto e si può anche avere pensando, erroneamente, di fare del bene», e che «il suo sguardo è quello di un uomo che ha una grande forza d'animo e quel suo sorriso, che non era un ghigno come qualcuno ha detto, ma un modo per accettare la situazione e cercare di sopportarla nel migliore modo possibile...».
C'è chi ammonisce Grasso «a non alimentare miti, a non moraleggiare del tutto a sproposito: Provenzano è un criminale, un pazzo, un disonorato... La sua vita pastorale non evoca nulla di buono, nulla di etico, nulla di ascetico. Rimane quello che fotografò Luciano Liggio, quando ne parlò come un essere che spara come un angelo ma ha un cervello di gallina...» (Davide Giacalone, L’Opinione, 15 aprile). E chi sottolinea che «tanti boss presi in questi anni sono sempre insaccati in una sorta di divisa, la divisa del mafioso di campagna, magari con qualche giacca di fustagno, trasandati, dando sempre questa impressione di provenienza pastorale. In realtà è solo l'immagine che danno. Perché poi sono modernissimi in quella che è la tecnica del malaffare, l'assegnazione degli appalti, la scelta di chi votare alle elezioni o su chi mettere come uomo giusto al posto giusto nei nodi cruciali dei fatti amministrativi. Allora, alla loro divisa di contadini sembra sovrapporsi il colletto bianco... Vogliono apparire in un certo modo, ma sono un'altra cosa. E poi questa vita ascetica che molti conducono un po' è dettata dalla necessità della latitanza. È chiaro che rischiano di essere beccati subito. Più difficile in una casupola di campagna o in un pagliaio... Ma è anche vero che l'esercizio e il gusto del potere, inteso pure come potere di vita e di morte, non solo il potere sugli affari, compensa in questi soggetti il disagio di vita quotidiana. Noi siciliani abbiamo un proverbio, “cummannari è meglio di futtiri”. Per loro è importante che il potere stesso sia sorretto dall'immagine che abbiamo del potere...» (Andrea Camilleri, Corriere della Sera, 15 aprile).
E ancora: «Questa storia del contadino che non riesce a star lontano dalla sua vita arcaica è una favola... Un tempo non lontano Provenzano vestiva sempre casual, i suoi pullover sono Ballantyne, di cachemire, e i pantaloni e le scarpe e le sciarpe sempre firmate. Quando era latitante a Catania sotto la protezione di un Cavaliere del lavoro la sua vita era allegra e movimentata. Un'estate gli hanno offerto una barca per una crociera e Provenzano è andato a prendere il sole alle isole Egadi e poi in Tunisia con una sua amica...» (Giuseppe D’Avanzo, La Repubblica, 14 aprile).
E c'è chi vede nel «richiamo simbolico potentemente insidioso» di questa «etica mafiosa» e nel «fascino primitivo e arcaico del Capo inaccessibile» un «modello di ascesi ancor più pericoloso anche perché non privo di una sua sinistra fascinazione» e indica nell'«etica della cicoria l'ultimo santuario criminale che lo Stato deve espugnare» (Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 15 aprile).
A noi, tutto sommato, sembra più credibile l'immagine di Bernardo Provenzano che aveva dato più di un anno fa, davanti alla commissione parlamentare antimafia, il generale Mario Mori, l'uomo che ha catturato quello che è stato il vero capo della mafia, Totò Riina: «Bernardo Provenzano - aveva detto Mori - non è il capo di Cosa nostra. Quanto meno, non è un capo assoluto come Riina. È un personaggio che fa opinione e gode di un prestigio che la stessa lunghissima latitanza contribuisce ad accrescere. Provenzano, più di tutti gli altri boss, è meglio inserito nel contesto socio-culturale, si è mimetizzato nell'ambiente e con l'ambiente, con la gente comune, con i contadini e con i pastori, il più lontano possibile dall'immagine e dal ruolo del capo e dalle relazioni che un capo è costretto a tenere. Provenzano non è mai stato un capo. Fin dai tempi di Luciano Liggio, di cui era il figlioccio, e dai tempi di Totò Riina, di cui era l'ombra: senza corpo, senza volto, senza voce. Era e voleva essere “nessuno”. Basta leggere le lettere della moglie, dei figli, del fratello, altro che Cosa nostra sommersa, e la rete regionale, nazionale, mondiale, e i diciottomila miliardi degli appalti dell'Agenda 2000, si parla un linguaggio diretto, semplice e autentico, si parla della lavanderia di Corleone che va male, dei calzini da lavare in acqua calda, delle mutande di lana per l'inverno. Provenzano vive certamente in Sicilia, magari a poca distanza dalla casa della moglie, e le lettere che gli scrivono i suoi sembrano le lettere che si scrivevano all'emigrante, quello che si partiva dalla Sicilia per l'America il secolo scorso, e viveva a Broklino...».