La biografia Un sovrano illuminato

Da qualche parte a Roma, a Castel Sant’Angelo, le ceneri di un uomo si stanno rivoltando nell’urna funeraria. Quell’uomo era Elio Adriano, successore di Traiano, imperatore dal 117 d.C. Era morto a Baia nel 138, ma fu tumulato nella camera sepolcrale del suo colossale mausoleo, destinato a diventare nel medioevo la fortezza, il tribunale e la galera dei papi. Nessuno sa se le reliquie del «Graeculus», il «grechetto», il sovrano fan dell’ellenismo, siano ancora in loco. Se ci sono, fremono e s’indignano. Due delle sue terre più amate, la Grecia e l’Italia, sono oggi sull’orlo del baratro economico. La loro reputazione internazionale è sotto i tacchi. «Ci fossi stato io» sembra di sentirlo recriminare «tutto questo non sarebbe successo. Io li ho fatti prosperare, quei paesi. La mia moneta d’oro, l’aureus, portava sul dritto la mia faccia, e sul rovescio l’araba fenice, simbolo di eternità. Altro che l’euro. Il mio aureo era una roccia. Quanto a reputazione, Atene, con me al suo fianco, era in cima alla classifica culturale. Roma, poi, era il centro del mondo: i mercati mi obbedivano, le riforme che ho fatto funzionavano a meraviglia, le botteghe, le fabbriche, i campi e le miniere davano un gettito enorme. Certo, stare sul trono non è stato facile. I Senatori, razza di vipere, mi hanno gettato addosso tonnellate di fango. Roma è una piazza difficile, per chi governa...».
Stiamo fantasticando. Ma su una solida base storica: il volume Adriano, di Yves Roman (Salerno Editrice, pagg. 465, euro 26). È una biografia critica, che fin dal titolo originale, L’empereur virtuose, svela il giudizio controcorrente, il bilancio positivo stilato dallo storico francese su una figura controversa. Va precisato che il «virtuoso» di Roman è la brillante traduzione di multiformis, un epiteto non proprio elogiativo appiccicato ad Adriano dai suoi detrattori, gli artefici della sua leggenda nera: incostante, complicato, capriccioso, testardo fino alla brutalità.
Era dell’Acquario, segno fluttuante. Scontento della sua immagine, pare che stesse parecchio sotto i ferri del parrucchiere: sette acconciature diverse, e l’ultima «con le ciocche arrotolate». Ma era, secondo Roman, un genio versatile, e certe pose eccentriche vanno inquadrate nell’eccezionalità del carattere. La volubilità c’era, in lui. Ma la pecca era il non saperla mascherare con la civilitas, l’untuosa discrezione tipica dei politici navigati. Era diretto, impetuoso.
Però sapeva frenarsi. Un’anziana postulante lo supplicò per strada. «Non ho tempo per queste cose!» fu la stizzosa risposta. «Allora smetti di fare l’imperatore», lo redarguì la vecchia. Fu una sferzata. Adriano fermò il corteo, ascoltò la donna, l’accontentò. Roman analizza il marchio ricorrente: Graeculus. In sé, non è infame. A Roma, indicava una persona innamorata della classicità ellenica. In questo, Adriano era speciale. Aveva studiato ad Atene. Si sentiva erede dell’ellenismo, una cultura in cui l’intellettuale è a tutto tondo, un prototipo dell’umanista rinascimentale. È letterato (e Adriano scrisse versi, sbeffeggiati anche quelli), ma insieme pittore, scultore, architetto.
Il Pantheon, capolavoro di mano adrianea, con la sua sfera di oltre 43 metri di diametro iscritta con perfezione nel cilindro circostante, è ancora lì, dopo due millenni di spoliazioni e terremoti. Stabilì un record che resistette fino all’epoca del cemento armato. Al centro della cupola, l’oculus, un’apertura di 9 metri per scrutare il cielo. Lassù Adriano voleva approdare, dopo la morte. Era un mistico, altro aspetto che faceva arricciare il naso ai pragmatici romani. Voleva la vita eterna insieme al suo Antinoo, il ragazzo amato, che da morto era diventato una stella, secondo la propaganda di palazzo. Anche qui, Adriano pagava dazio alla malignità. Non per i gusti sessuali. Ma per aver pianto Antinoo muliebriter, come una donnicciola. Aveva messo in sicurezza l’impero con potenti valli. Aveva riorganizzato i ranghi militari, pur venerando la pace. Aveva risollevato le città con donativi ed esenzioni fiscali. Ma, per i denigratori, restava un Graeculus, nel senso peggiorativo: un molle, un effeminato. Il potere può logorare anche chi ce l’ha.