Le bionde trecce e poi... mezzo secolo di brani d'amore

Viaggio nella storia d'Italia attraverso le canzoni rubacuori: da Mina ai Righeira

Erano tempi strani quelli del boom economico postbellico italiano, dove la musica era un potentissimo traino alla voglia di cambiamento un po' casalinga ma che profuma di rivoluzione. In Italia ci sono i «capelloni» che chiamano gli adulti - magari anche trentenni - «matusa» e nel 1965 Paolo Bugialli, sul Corriere della sera, scrive: «I capelloni sono quei tipi di apparente sesso maschile che portano i capelli lunghi quasi come le donne... secondo una moda mutuata dai Beatles, i quattro giovanotti che l'Inghilterra, anziché premiare come recentemente ha fatto, avrebbe dovuto, per rispetto alla propria reputazione, esiliare in Patagonia». Le regole e i valori morali entrano in crisi e coinvolgono anche i ragazzini, come era nella Torino «operaia» dell'epoca di Luca Beatrice (tra le altre cose critico d'arte de il Giornale), che ora racconta nel bel libro Canzoni d'amore (Mondadori) la storia della musica italiana attraverso le sue esperienze e i cambiamenti sociali.

Negli anni Settanta l'omosessualità è ancora un tabù, anche se a Torino c'è il circolo culturale Triangolo Rosa dove si possono trovare il filosofo Gianni Vattimo e il pittore Marco Silombria, ma un decennio prima cantautori sensibili come Umberto Bindi dovevano ancora nascondersi, nonostante gli amori di Luchino Visconti (valga Helmut Berger per tutti) e di Pasolini. Un caso eclatante è quello del genovese Umberto Bindi, in testa alle hit parade nel 1960 con Il nostro concerto, ma è un diverso e viene poco a poco emarginato. L'anno prima è stato a Canzonissima (quella del debutto di Mina con Nessuno nessuno) dove porta l'evocativa Arrivederci e nel '61 è a Sanremo con Non mi dire chi sei. Lì il gossip lo travolge. La stampa nota che porta un anello, scopre che frequenta locali equivoci in compagnia di bei giovanotti. Nonostante belle canzoni come Il mio mondo (con Paoli) e La musica è finita (con Califano) viene rapidamente isolato e muore 70enne, in povertà, a Roma nel 2002. Gli anni '60 e '70 sono anche gli anni delle cover, libere traduzioni di brani beat inglesi o americani come Sono bugiarda (I'm a Believer dei Monkees)di Caterina Caselli, partita dalla provincia emiliana verso il Piper con il suo inseparabile basso, come Senza luce dei Dik Dik (A Wither Shade of Pale) dei Procol Harum e la «nera» A chi (Hurt, lanciata nel 1954 dall'ex pugile Roy Hamilton), un r'n'b difficile da cantare per un bianco, che passa inosservato, nella splendida versione di Fausto Leali, finché Renzo Arbore la lancia nel suo programma radiofonico Per voi giovani.

Una gita scolastica a Montecarlo. C'è Mauro che ha portato la chitarra e intona una melodia di tre accordi: La, Mi, Re. È la battistiana Canzone del sole, storia di due adolescenti che si ritrovano da adulti, domandandosi come mai la loro storia sia finita. Banale? Per Beatrice è «l'incontro tra uno squarcio di pittura impressionista e le atmosfere maliziose di Lolita di Nabokov» e molto di più. La canzone del sole involontariamente fa nascere l'interrogativo se Battisti o Mogol siano artisti di destra, in un Italia dove la destra non ha cittadinanza culturale. Intanto La canzone del sole vola in testa alle classifiche dando il cambio a I giardini di marzo. Nell'Italia del 1972 non ci sono solo i giovani politicizzati e violenti che riempiono le cronache, ma anche quelli che si innamorano sulle note di Questo piccolo grande amore di Claudio Baglioni, che turba gli adolescenti con brani come E tu o Sabato pomeriggio. Eppure anche suoi testi innocenti di Baglioni piove la censura che cambia la frase «la paura e la voglia di essere nudi» con «la paura e la voglia di essere soli» e «mani sempre più ansiose di cose proibite» in «scarpe bagnate», che evoca solo l'umidità.

Beatrice racconta le canzoni e la storia anno per anno attraverso personaggi come Venditti (ricordi universitari), Califano, Mia Martini con una scrittura gustosa e ricca di aneddoti. Ci soffermiamo però su una canzone aborrita dai rockettari duri e puri ma simbolo di un'epoca come L'estate sta finendo (1985) dei Righeira. Si parte da lontano. Gli anni in cui si sposano avanguardia e intrattenimento (vedere Alessandro Mendini e Aldo Rossi nel design, i programmi di Renzo Arbore e Drive In in tv), gli anni magistralmente raccontati da Pier Vittorio Tondelli in Un weekend postmoderno. Vanno forte le discoteche, popolate da modaioli, post punk, new wavers e artisti di ogni tendenza. Va di moda l'Italian Disco (di cui sono esperti produttori i fratelli La Bionda) che lanciano Stefano Rota e Stefano Righi, meglio noti come Michael e Johnson Righeira, che impazzano con Vamos a la playa e L'estate sta finendo. Per Vamos a la playa Johnson, che abita con i genitori alla periferia di corso Giulio Cesare, rimane semplicemente colpito da come Torino si svuota ad agosto quando chiude la Fiat. Così il brano che fa il verso alle discoteche di Ibiza registra, in un linguaggio semi-inventato, un dato di fatto evidente: gli italiani vanno in vacanza.