Biondi: «Mi sospettano? Ho avuto un attacco d’asma, non posso morire in aula»

da Milano

È anche colpa sua, «l’occasione d’oro mancata», come l’ha definita un amareggiato Silvio Berlusconi. Fosse stato al suo posto a votare, il governo sarebbe andato sotto sulla riforma della giustizia, e a quel punto vallo a salvare. Ma lui, Alfredo Biondi, senatore azzurro, parlamentare di lunghissimo corso, avvocato pure irrimediabilmente critico «con l’intero impianto» della legge Mastella, in aula mercoledì non c’era. Era al terzo piano, dice, a recuperare un medicinale antiasma, giura.
Senatore, scusi, ma non poteva aspettare tre minuti?
«Non credo di dover morire in aula. Ho avuto un attacco improvviso, tosse, compressione del respiro, la moquette del Parlamento è micidiale».
E così ha mollato i suoi sul più bello.
«Ma guardi che è la verità. Sono corso nel mio studio al terzo piano, quando sono tornato la votazione era appena terminata. Insomma, mica siamo detenuti noi senatori».
A dire il vero un po’ lo siete, visti i numeri risicati della maggioranza.
«Avessi saputo che mancavano sei di loro forse sarei rimasto in aula a rischiare la vita».
Il fatto, vede, è che è già la seconda volta che lei si assenta in un momento cruciale.
«Vero. Sempre per lo stesso problema. L’altra volta ero in infermeria a farmi fare un’iniezione».
C’è chi sospetta che lei si assenti per non far cadere il governo, magari perché sa di essere alla sua ultima legislatura.
«Da 50 anni sono coerente con me stesso, non ho bisogno di fornire alibi etici. Chi dubita della mia moralità, che mi permetto di definire eccezionale, è un coglione. O un invidioso».
Ha detto Lamberto Dini che con l’assenza lei s’è giocato il posto di giudice alla Consulta...
«Dini pensa che in Forza Italia ci sia rancore, invece al massimo c’è indifferenza. Io poi mi chiamo Alfredo Biondi e mi sono presentato come tale, autonomo».
Però qualche assenza potrebbe farle brutti scherzi.
«Oggi è mancato il numero legale, ma tutti mi hanno detto che avrebbero votato per me. E non credo che un’elezione del genere possa dipendere da chi va alla toilette, la Corte Costituzionale non è un orinatoio».