Biondi, il nonno che non vuol fare il nonno

(...) Dopo tutto quello che ho fatto penso di poterlo meritare».
E allora chi fa l’alunno?
«Vedo molti miei alunni che oggi saranno ministri e me ne compiaccio».
Un nome?
«Mariastella Gelmini veniva ad ascoltare i miei comizi, ora andrà all’Istruzione. Mi fa davvero piacere perché lo merita. Ma ce ne sono tanti altri».
Davvero nessun rimpianto?
«Quello di non poter dare il mio voto di fiducia agli amici, ai tanti amici che devono governare, a cominciare da Silvio Berlusconi. È il massimo del lavoro del parlamentare quello di sostenere coloro in cui si ha fiducia e battere, come mi è successo, chi non la merita. D’altra parte, come ho detto spesso, tengo famiglia ma non tengo bisogno».
Ma in tanti anni qualcosa che proprio non ha gradito ci sarà?
«Quando dovevo essere eletto nel ’94 presidente della Camera. Mi era stato anche promesso, era cosa fatta. Ma poi c’è stato un comitato notturno e io sono andato a fare il ministro della giustizia. Per me è stato un sacrificio, ma che ho fatto con lo spirito dell’avvocato, facendo quello che credevo doveroso per una giustizia giusta. E sono anche fiero che cinque magistrati, quelli del pool di Milano mi attaccarono a reti unificati, perché non volevano neppure essere soggetti alla legge, ma si ribellavano al mio decreto».
Ieri, ultimo giorno di stipendio. Quando l’ultimo giorno al Senato?
«Due settimane fa, sono andato a svuotare l’ufficio che era stato di Boscetto, spero che ci torni. Ho tolto tutto, anche due quadretti, due filigrane che mi erano state donate dall’Arma dei carabinieri. Li ho lasciati alla mia straordinaria segretaria, Teresa Cerenzia. E ho raccolto un fascicolone con tutte le mie iniziative legislative, verrà un volumone da mandare a un editorialista, Pellizzetti, che ha scritto che delle mie nove legislature non resterà traccia per la Liguria».
Non ha lasciato neppure uno scudettino del Genoa?
«Quello mai. Sono cose che non puoi dare a nessun altro, te le devi portare sempre con te. Chi le ricevesse, non saprebbe comunque apprezzarne appieno il valore».
Come pensionato ha preparato il passaporto per il suo Genoa sperando che faccia l’Intertoto?
«Io lo farei. Ma non sono un buon consigliere, amo l’azzardo. E poi il Genoa è una specie di morbo. Si possono cambiare mille partiti, ma non quella squadra. E a proposito, vorrei dire che più che lo spirito inglese, probabilmente abbiamo preso quello scozzese, con docce calde e gelate una dopo l’altra».
Un morbo che ha trasmesso per via genetica?
«Mio figlio vedo che soffre più di me, ma anche tutti i miei sette nipoti e la bisnipotina sono genoanissimi».
E ora farà il bravo nonno, magari allo stadio?
«Non sono un bravo nonno. Voglio a tutti loro un bene infinito, ma non sono bravo come forma vicaria di genitore, neppure come Cassazione di famiglia, nel senso che si dice che i genitori condannano e i nonni assolvono. La mia parta la fa mia moglie, lei è più brava in questo».
È stata lei che l’ha fatta mettere fuori dalle liste?
«No, è contenta, questo sì, ma c’erano altri che ci hanno pensato».
Insomma, senza Biondi è iniziata la Terza Repubblica?
«Non so se la terza Repubblica. Per me comincia un’altra vita. Non so se solo familiare, e/o ancora istituzionale».
Cosa ha in mente?
«Non lo dico per cabala e perché so che anche le promesse a volte non vengono rispettate».
Sindaco?
«No, me lo hanno chiesto più volte, ma non credo di esserne capace».
Allora è vero? Andrà a...
«Alt»
Biondi non vuole che si dica quel ruolo. Non saprebbe raccontare una bugia. Preferisce aspettare. Non è ancora tempo dei lucciconi. Per ora c’è un processo G8 che lo attende. Giusto per tenersi allenato.