Biotech, così si uccide la ricerca

Secondo un rapporto di Ernst & Young l’Italia è ultima in Europa per il peso del settore in rapporto al prodotto interno

Il settore delle biotecnologie in Italia potrebbe essere una Ferrari di formula uno, o una miniera d'oro. Sono tutte d'accordo le imprese leader nel settore delle biotecnologie rosse, quelle legate alla cura della salute: gli scienziati italiani per eccellenza, capacità e creatività e flessibilità non hanno nulla meno dei loro colleghi americani e europei. Ma il sistema Paese e chi lo governa non se n'è accorto. L'assenza di capitale di rischio, le rigidità e i ritardi nelle norme che riguardano i brevetti e il trasferimento tecnologico e la mancanza di attenzione dei governi hanno fatto sì che, stando al rapporto «Beyond borders» di Ernst&Young del 2006, l'Italia sia all'ultimo posto in una lista di 14 Paesi europei per il peso che ha il biotech in rapporto al Pil. Che fare per invertire la tendenza?
«Ci sono alcuni fatti importanti che potrebbero segnare una svolta». A parlare è Francesco Sinigaglia, medico, con un passato di ricercatore e di direttore scientifico a Milano ricerche, fondatore insieme ad alcuni colleghi nel 1992 di BioXell, all'avanguardia in Europa nello sviluppo di farmaci per la cura delle malattie urologiche e infiammatorie. «Da un lato, alcune regioni – precisa l'ad di BioXell, da poco sbarcata con successo alla Borsa di Zurigo - tra cui la Lombardia, dove si concentra la maggior parte delle aziende biotech, sono impegnate a sostenere lo sviluppo del settore finanziando il trasferimento di tecnologie, mettendo a disposizione fondi di avviamento, e favorendo la crescita di parchi scientifici che possano fare da incubatori».
«Ma per fare emergere il biotech - sottolinea Sinigaglia - occorre un cambiamento radicale da parte delle autorità. Occorre credere in una economia basata sulla conoscenza che focalizzi le risorse dove sono necessarie, che offra benefici fiscali di lungo termine alle giovani aziende». Intanto BioXell va avanti, sfruttando la competenza nella chimica dei VD3, ormoni che hanno un ruolo molto importante nel complesso della risposta immunitaria.
In attesa di un segnale sostanziale possono esserci interventi a breve termine. Ne è convinto Marco Renoldi, un passato di manager nel farmaceutico, da due anni alla guida di Amgen in Italia, facente parte della più grande società americana biotecnologica che alla fine degli anni 80 ha messo sul mercato l'eritropoietina sintetica (l'ormone che stimola la produzione di globuli rossi) per la cura dell'anemia e di alcune forme di tumori e oggi tra le prime 500 società al mondo secondo Fortune. «Quella che mi sta più a cuore è la tutela dell'innovazione – incalza Renoldi – ci sono aziende e centri capaci di fare scoperte, ma devono essere garantiti. Non è possibile che ogni Finanziaria preveda un taglio dei prezzi dei farmaci perché si drenano risorse alla ricerca». In tempi stretti il manager di Amgen Italia vorrebbe «vedere snellito l'accesso dei malati ai prodotti innovativi: dopo l'approvazione da parte dell'Emea il nuovo farmaco è immediatamente disponibile, per esempio, in Germania, mentre nel nostro Paese possono volerci anche due anni». Anche il quadro normativo non è avanti: «Per le sperimentazioni cliniche, che nel Belpaese hanno un ottimo rapporto costo-qualità, i tempi di approvazione sono ben più lunghi che non nel resto dell'Europa. Poi non c'è concertazione tra i comitati etici dei diversi ospedali – conclude Renoldi – da una parte autorizzano un progetto di studio, da un'altra magari no».
Studi clinici di fase uno difficili, troppo. «In Italia la strada è troppo burocratica – conferma Luca Benatti, biotecnologo con un'esperienza ventennale nell'industria e con numerosi brevetti al suo attivo, amministratore delegato di Newron, azienda biotech nata nel 1999 da uno spin-off dell'americana Pharmacia & Upjohn – noi preferiamo andare all'estero». La società milanese, attiva soprattutto nello sviluppo di farmaci per il trattamento dei disturbi del sistema nervoso centrale, ha stretto nell'autunno scorso un accordo di collaborazione con Serono per lo sviluppo del suo prodotto leader, la Safinamide, una molecola contro il Parkinson attualmente nelle fasi finali della sperimentazione clinica. Secondo Benatti, che alla fine del 2006 ha portato Newron alla borsa di Zurigo, «perché in Italia non c'è interesse da parte degli analisti e della finanza per il biotech», quello che manca da noi sono gli uffici per il trasferimento tecnologico. «L'iniziativa del singolo ricercatore non basta: una volta che ha individuato qualcosa di nuovo, non sa come muoversi, cosa fare. Questi uffici hanno proprio il ruolo di valorizzare la scoperta portando chi ha i capitali dove esistono delle buone opportunità. Negli Usa e in Inghilterra funzionano bene».
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