IL «BIP», FOGLIA DI FICO DELLA CENSURA

La nostra televisione non finisce di stupirci. Da una parte ci fanno vedere di tutto e senza porsi tanti problemi: scene violente, risse isteriche, panni sporchi lavati in pubblico, interviste strappalacrime, contesti diseducativi, minori strumentalizzati a tutte le ore, pettegolezzi di infima risma. E questo e altro ancora va in onda regolarmente. Per altri versi i signori di una televisione che sembra non fermarsi davanti a niente si fanno cogliere da improvvise crisi di coscienza, da inaspettati scrupoli fonetici e altrettanto imprevedibili precauzioni linguistiche. Tanto è vero che si ostinano, beata innocenza, a coprire con una serie di anacronistici «bip» i dialoghi non certo oxfordiani ma ormai di uso largamente comune che infarciscono i nostri reality. Reality di cui ogni spettatore dotato di un minimo senso critico può riscontrare ogni giorno la volgarità intrinseca, ben più sostanziale di qualsiasi disinvoltura gergale peraltro padroneggiata, attualmente, da qualsiasi ragazzino di terza elementare. Ma guai. Guai se un concorrente, un naufrago dell'isola o un mandriano improvvisato del Wild West, o un secchione colto da un attimo di disinibizione, si lasciano scappare dalla bocca un'imprecazione di uso comune, tipo: mi hai rotto il caz(bip), ne ho pieni i cogl(bip), ma vai a farti fot(bip). In questi casi la censura arriva implacabile, anche se in modo decisamente buffo. Non a caso ho messo il bip nella stessa posizione, nello stesso punto in cui i solerti tecnici televisivi lo piazzano con una tempistica di cui dovrebbero spiegarci il senso: infatti il bip arriva quasi sempre a parolaccia in avanzato stato di espressione, ormai chiaramente avvertibile e decrittabile in tutta la sua roboante forza dinamica, e la tronca a metà circa del viaggio in un punto in cui il danno è ormai fatto, e le poche sillabe evirate non lasciano più nulla all'immaginazione dello spettatore. Difficile che vi sia qualcuno, davanti al video, che nel momento in cui sente abbozzare «caz», «cogl» o «fot» non sappia che cosa significhino all'alba del 2007, o venga preso da dubbi di tipo enigmistico, o si interroghi con ansia amletica nel tentativo di dare un nome alla parola accennata. Eppure la consuetudine del «bip» rimane inossidabile, ignara e incurante della ridicola sensazione di stridente falsità che ingenera ogni qual volta se ne fa uso. Il bip è la classica toppa rammendata, peggiore del buco che si vorrebbe riparare. È il sintomo evidente di una schizofrenia televisiva che lascia tracimare il peggio della sostanza ma si accanisce con sciocco puntiglio sui dettagli della forma. Il bip è il segnale che annuncia, con umorismo del tutto involontario, la deriva sempre più ipocrita della nostra televisione.