Il bipartitismo degli italiani

Caro Granzotto, per colpa della vecchia classe dirigente della sinistra il dialogo sulla riforma elettorale non decolla e i tempi stringono. Si fa sempre più realista l’ipotesi che si vada al referendum ed è quindi giusto che se ne parli un po' perché credo l’opinione pubblica ne sa poco o niente. In buona sostanza, andremo a votare sul cambiamento della legge elettorale? Quando? E cosa dice il referendum?


Prima di tutto, caro Silvestrini, tocca aspettare che la Corte costituzionale si pronunci sulla ammissibilità del referendum. La sentenza è attesa nelle prossime settimane e se sarà positiva le urne dovrebbero essere convocate tra la metà di aprile e la metà di giugno. Per essere poi sconvocate se entro quel periodo il Parlamento vara una sua riforma elettorale o il Capo dello Stato scioglie le Camere. Questa è la procedura. In quanto al referendum vero e proprio, esso è articolato su tre quesiti: il primo comporterebbe, se approvato, un mezzo quarantotto. Il secondo anche, ma limitatamente alle strutture partitiche e ai suoi giochini (di potere) interni. Il terzo è puramente tecnico, procedurale. Non li sto a trascrivere perché, salvo il terzo sono lunghi come la quaresima, esposti in ostrogoto e per capirne il senso c’è bisogno come minimo di un corso biennale di costituzionalese. Detto però in soldoni, col primo quesito ci si propone di abolire quegli articoli dell’attuale legge elettorale che consentono il collegamento tra liste diverse. La qual cosa avrebbe come effetto di destinare il premio di maggioranza alla lista - e non più ad un’intera coalizione di partiti - che abbia ottenuto il maggior numero di voti. Inoltre si alzerebbero soglie di sbarramento al 4 per cento alla Camera e all'8 per cento al Senato. Il secondo quesito mira invece a sopprimere il fenomeno della candidatura multipla (cioè in più di un collegio elettorale).
Comunque la si giri, la candidatura multipla svilisce il ruolo del suffragio universale. Essa dà infatti luogo ad un ulteriore turno dove a decidere chi deve andare in Parlamento non è più il popolo (sovrano), ma il così detto plurieletto. Che avendo fatto incetta di seggi e potendo ricoprirne solo uno, li ridistribuisce a seconda di come gli gira. Però le va anche riconosciuto un aspetto solidaristico, cioè molto «di tendenza», essendo in grado di rendere vincenti, quanto meno in seconda battuta, le candidature deboli (e di ciò un terzo degli attuali parlamentari sentitamente ringraziano). L'impossibilità dei collegamenti elettorali tra partiti e liste diverse avrebbe invece effetti assai più incisivi sull’acciaccatissimo sistema. Lo indurrebbe a quel bipartitismo che è la versione palestrata del bipolarismo, scongiurando promiscue ammucchiate, conseguenti ricatti da parte dei partitini e in ultima analisi l’ingovernabilità. C’è sì il rischio che usciti dalla porta i trentasette partiti rientrino dalla finestra confluendo in listoni a simbolo unico. Ma l’impossibilità di assegnare, a spoglio eseguito, un corrispettivo peso politico (in voti, ovviamente) alle singole formazioni non consentirebbe loro di giocare partite in proprio, minacciare o estorcere come invece è d'uso nelle coalizioni e come piace fare a Pecoraro Scanio, tanto per non far nomi.