Il bipolarismo dei melomani «È cinema». «No, è stupendo»

Via Muti, si parla più del regista che del direttore d’orchestra

Cristiano Gatti

da Milano

L’applausometro dice tredici minuti. Misurando gli spettacoli a peso, sembrerebbe la trionfale Aida di Zeffirelli. Ma è del tutto inutile, ormai, chiedersi se la prima della Scala sia un memorabile trionfo o un tragico flop. Per essere oggettivamente certi dell’esito, bisognerebbe convocare un’assemblea di accaniti loggionisti e chiedere loro il verdetto inappellabile. Il problema è che alla prima i veri melomani contano come il due di briscola. Il parere tecnico è totalmente sovrastato da tutt’altre valutazioni, che poco o niente hanno da spartire con l’arte nuda e cruda. Chiamiamoli effetti collaterali del bipolarismo: anche la grande musica, così come tutte le opere dell’ingegno, oggigiorno è soggetta unicamente a un forzato e doveroso (pre)giudizio di parte.
Più o meno, funziona così. Il nuovo potere di centrosinistra, anch’esso alla sua prima dopo tanti anni di lontananza dal palco imperiale, può certamente dire che l’Aida di Zeffirelli è buona. Però non può minimamente permettersi di esagerare. Di usare toni enfatici. Magari di liberare qualche superlativo. Non può perché in Italia, ormai, bisogna prima chiedersi a chi giova l’applauso. Da che parte sta l’applaudito. E siccome nel caso specifico c’è di mezzo la giunta Moratti, che rimane pervicacemente di centrodestra, non è permesso esaltare smodatamente il successo della serata. I meriti dell’organizzazione finirebbero per avvantaggiare il nemico. Bisogna andarci cauti. Maledizione: fosse a Roma, la Scala, hai voglia la libertà di superlativo. Veltroni a fare il pavone - gli viene tanto bene - e tutta la corte dei nuovi potenti a tessere le lodi dell’immane rinascimento culturale...
Fantasie che lasciano il tempo che trovano, ovviamente: purtroppo o per fortuna, la Scala resta stabilmente a Milano, attualmente in quota Moratti, e allora serve cautela. Quest’anno, poi, c’è un’aggravante: la regia di Zeffirelli. Bravo o pessimo, Zeffirelli? Anche qui: il criterio di giudizio non può essere sereno e disinteressato. Nella nuova era del bipolarismo, Zeffirelli è bravo o pessimo a seconda di chi lo giudica. Trovandoci in piena stagione prodiana, al massimo si può dire che Zeffirelli è sempre Zeffirelli. Ma non spingiamoci oltre. Se alla fine viene fuori che la giunta Moratti ha proposto uno spettacolo epocale, grazie al tocco artistico del maestro di simpatie destrorse, è un disastro. Nessuno se lo può più permettere, in Italia, di esaltare la cultura altrui. Come se la cultura fosse di qualcuno.
Quanto al resto, alla solita mondanità di Sant’Ambrogio, non c’è moltissimo da dire. Magari la zia della Repubblica, Natalia Aspesi, racconterà che stavolta si sono visti in giro meno cafoni. Che finalmente è tornata alla Scala la bella gente, raffinata e colta, innamorata di musica e arte. Ma non è vero. Né più, né meno, anche alla prima dell’era Prodi sfila esattamente lo stesso bestiario umano. Valeriona Marini c’era in passato e continua a esserci adesso. La Kanakis, pure. Per l’occasione, si segnalano Figo e Materazzi: vogliamo dire che i due interisti sono l’espressione della rifiorita raffinatezza di quest’epoca post-berlusconiana? Se poi guardiamo la politica in senso stretto, davvero l’arrivo di Mastella va interpretato come un chiaro segnale di rinascimento del gusto?
Forse bisognerebbe sforzarsi sul serio di restare alla musica, che in fondo sarebbe l’oggetto della serata. Ma persino i veri esperti, che ogni anno si presentano qui con lo stesso entusiasmo, non sono concordi. Il professor Umberto Veronesi gradisce quasi del tutto: «Bellissima Aida. Zeffirelli riesce ad esprimere tutto il senso del dramma». Giorgio Squinzi, signor Mapei, presidente di Federchimica, gradisce al cinquanta per cento: «È un’Aida imponente e maestosa, così come dev’essere. Sui cantanti, però, meglio stendere un velo. Conviene gustare gli allestimenti grandiosi di Zeffirelli. Sperando che Prodi non arrivi a tagliare anche qui, altrimenti addio scenografie artistiche...». Saverio Borrelli, signore di tutti i pool, non gradisce per niente: «Troppi eccessi scenografici. Il solito Zeffirelli cinematografico. Forse piace al pubblico popolare, ma distrae dalla musica. Di filmoni sull’Egitto se ne sono già visti abbastanza negli anni Cinquanta, ma sono cose da Hollywood...».
Una cosa è certa: dopo tanti anni, soprattutto dopo gli anni di Muti, si parla più del regista che del direttore d’orchestra. Questo per dire che da qualunque parte lo si guardi, Zeffirelli resta il vero dominatore della serata. E per dire anche come stavolta i musici non entreranno di certo nella storia. Forse dovrebbero ringraziare proprio Zeffirelli, che in qualche modo fa da ombrello.
Resta Prodi. Donna Flavia al seguito, il premier si premura di fare da cavaliere anche alla collega Merkel, per l’occasione fasciata da un abito nero con stola verde, tinta raduno di Pontida. Già alla fine del primo atto, il Prof ha capito tutto e usa toni da grande riscossa nazionale: «Stasera abbiamo raggiunto la perfezione. Il settore dell’opera merita più risorse pubbliche. Dobbiamo sfruttare meglio le bellezze d’Italia...».
Assorto nell’ascolto dell’Aida, il capo del governo non può certo sentire il baccano che arriva da fuori, dove il sit-in di lavoratori - stavolta sigla Cub - lo manda al diavolo per aver scelto di ostentare lussi e ricchezze con il padronato. Si sa comunque come la pensa Prodi sul dissenso: anche quegli scalmanati, come tutti quanti noi, un giorno correranno ai suoi piedi per dirgli grazie.