Bipolarismo e proporzionale, la nuova sfida

Federico Guiglia

In politica esistono dei tabù duri a morire, e quello sulla legge elettorale è in agonia da tempo. Come in un duello tra massimi sistemi, ancora s'affrontano i paladini del maggioritario contro quelli del proporzionale. E il duello pur virtuale, cioè tra fantasmi capaci di sollevare il terrore della mancata elezione agli occhi dei parlamentari, attraversa i due poli. Così non mancano i proporzionalisti nel centrosinistra, dove prevale una linea pro-maggioritario, né mancano gli «uninominalisti» nel centrodestra, dove oggi sembra più forte la convinzione proporzionalista.
Ma il totem, si sa, prescinde sempre dall'uso della ragione. Perché altrimenti sarebbe facile rendersi conto che l'attuale meccanismo elettorale non è più proporzionale ma non è nemmeno maggioritario. Siamo salpati dalla vecchia Italia dei tanti partiti ma non siamo approdati nella nuova Inghilterra del tertium non datur: o si sta di qua o si sta di là. Proprio in base agli scorpori e ad altri tecnicismi che sono stati introdotti o lasciati nella legge elettorale, cominciando dal fatto che la quota proporzionale del 25% finisce per incidere, anzi, invalidare la logica uninominale del 75% dei collegi, proprio il pasticcio, insomma, esige una riflessione non ideologica.
Invece pare che sulle regole del gioco ci si possa dividere tra nostalgici e innovatori, come se volere la proporzionale significasse volere «quella» proporzionale che ha imbalsamato l'Italia per mezzo secolo senza darle in cambio neppure la stabilità: la media dei governi, si sa, era di meno di un all'anno. Eppure già all'epoca Bettino Craxi propose un sistema proporzionale con lo sbarramento al 5%. Se si fosse seguita quella strada, anziché restare fedeli alla divinità della proporzionale dura e pura, probabilmente oggi non si discuterebbe del tema, e con lo stesso approccio fideistico. Allo stesso modo, se il Parlamento di allora non avesse annacquato la volontà degli italiani espressa coi referendum, approvando l'attuale «Mattarellum» che non è né carne né pesce, forse ora si potrebbero apprezzare i vantaggi derivanti da un modello autenticamente maggioritario. Ma il punto non è più quello di piangere sul latte tanto mal versato; il punto è cambiare una legge nazionale che, a differenza di quelle che hanno regolato le elezioni nelle Regioni, nelle Province e nei Comuni, non ha dato buona prova di sé. Come ognuno può constatare, mai abbiamo avuto così tanti partiti con un sistema che avrebbe dovuto, al contrario, indurli all'unità. Né abbiamo ottenuto l'agognata stabilità, se si pensa che negli oltre dieci anni del «Mattarellum» abbiamo avuto un numero quasi corrispondente di governi (sommandovi naturalmente i «bis», che non sono mai la fotocopia dell'originale).
Insomma, non c'è niente di strano se oggi si riapre una discussione che sull'argomento in realtà non era mai stata chiusa. «Proporzionale» non è una parolaccia ma un criterio ben presente nella maggior parte dei Paesi europei. Sta alla patria di Machiavelli trovare il modo per rendere questa scelta non solo compatibile ma connaturata al bipolarismo, unico confine fra rinnovamento e nostalgia. E non si comprende perché, se la maggioranza del Parlamento - naturalmente includendo parti importanti dell'opposizione -, fosse orientata a cambiare e a condividere una nuova legge elettorale, tale scelta dovesse essere demandata alla prossima legislatura. Meglio tardi che mai. Il «campa cavallo che l'erba cresce» era proprio lo stile di quella prima Repubblica rimasta tra noi anche a causa di una legge elettorale che non ha rivoluzionato un bel niente.
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