Il bipolarismo ha retto alle tentazioni

Le votazioni per il Quirinale si sono adeguate come Zelig alle condizioni atmosferiche. Sole e pioggia. Luci e ombre. Per cominciare, è un fatto decisamente positivo che in tale occasione il bipolarismo abbia tenuto e non sia andato invece in mille pezzi. Quel bipolarismo, che fa un tutt’uno con la Seconda Repubblica, nato non solo grazie al Mattarellum ma anche e soprattutto alla discesa in campo nel 1994 di Silvio Berlusconi. Senza la quale il centrosinistra avrebbe fatto cappotto e governato per chissà quanto tempo. Non è cosa da poco se si guarda ai precedenti. Quando le maggioranze presidenziali si sono sfaldate di continuo. I franchi tiratori nel segreto dell’urna hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Le votazioni si sono succedute per giorni e giorni senza costrutto.
Né l’una né l'altra coalizione sono ricorse all’espediente dell’astensione, poco rispettoso della segretezza del voto, per contarsi. Nei primi tre scrutini l’Unione ha optato per la scheda bianca per non bruciare il proprio candidato. Mentre la Casa delle Libertà, dopo aver fatto confluire nel primo scrutinio i propri voti su Gianni Letta, in seguito e fino alla fine ha deposto scheda bianca. Con la solitaria eccezione della Lega, che ha fatto quadrato attorno al proprio leader Umberto Bossi. Insomma, defezioni non ce ne sono state né da una parte né dall’altra. Come comprova del resto la circostanza che al quarto scrutinio, quando il quorum si è abbassato dalla maggioranza dei due terzi dei componenti alla maggioranza assoluta, Napolitano ha raccolto i voti della sola Unione.
È poi un fatto positivo che D’Alema sia indietreggiato una seconda volta. Sarà pure il miglior fico del bigoncio, come usa dire. Ma paradossalmente questa sua forza si è rivelata il suo tallone d’Achille. E ha avuto l’intelligenza politica di uscire (provvisoriamente) di scena un istante prima che gli alleati, quel Romano Prodi in primis che ha la memoria di un elefante, e i suoi stessi compagni di partito lo accompagnassero alla porta. Così l’ha spuntata Napolitano al quarto scrutinio, come riuscì a Einaudi e a Gronchi. Un candidato proposto e imposto dall’Unione. E proprio questo è stato il suo handicap. Soltanto Antonio Segni e Giovanni Leone ottennero una maggioranza ancor più ristretta. E l’uno e l’altro, sia pure per diverse ragioni, ebbero vita travagliata.
Veniamo alle ombre. Le schede bianche della Casa delle Libertà hanno a ben vedere la loro brava spiegazione. Innanzitutto il metodo è stato inaccettabile. Ma come, proprio quella Unione che alla famosa pagina 13 del suo sconfinato programma di governo si riprometteva di eleggere al Quirinale un candidato che riscuotesse un’ampia maggioranza, e pertanto con il concorso delle due coalizioni, al momento della verità opta per la logica del prendere o lasciare anziché offrire una rosa di nomi che con ogni probabilità avrebbe rimesso in corsa un Amato poco amato dai Ds perché non considerato uno di loro.
Ma c’è un secondo motivo che ha indotto il centrodestra alla scheda bianca. Dopo una campagna elettorale tanto arroventata, e alla vigilia di una tornata amministrativa e del referendum confermativo della riforma costituzionale, non si poteva dire di sì all’Unione come se niente fosse. Gli elettori non avrebbero capito. Perciò Berlusconi si è comportato come Filippo Turati: «Sono il loro capo e li seguo». Così come Casini, che avrebbe votato volentieri per Napolitano, perché il migliore dei peggiori, si è appellato alla fine ad Aldo Moro: «Meglio sbagliare insieme che aver ragione da soli». Dove il verbo «sbagliare», si capisce, va messo rigorosamente tra virgolette.
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