Birmania, 50mila morti Ma il regime blocca i soccorsi alla frontiera

Mentre il Paese è in agonia i generali fermano gli aiuti: &quot;Date a noi i soldi, li distribuiremo&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=259756">Un'italiana nell'inferno di fango</a></strong>: &quot;Rischio epidemie&quot;

Prima hanno trascurato il pericolo, ignorato gli avvertimenti. Ora chiudono gli occhi davanti all’ecatombe, traccheggiano, rimandano l’arrivo dei soccorritori stranieri capaci di denunciare l’ignavia e l’indifferenza dei dittatori. Serve a poco. Agli occhi del loro popolo il tiranno Than Shwe e gli altri undici accoliti della giunta militare birmana sono dodici tiranni nudi, spogliati d’ogni dignità. Nell’agosto 1988 scalarono il potere incarcerando la paladina della democrazia Aung San Suu Kyi, marciando sui cadaveri di diecimila dimostranti falcidiati nelle strade di Rangoon. Vent’anni dopo rischiano di venir travolti dall’oceano di 22mila o forse 50mila cadaveri lasciati dietro dal ciclone Nargis. Il nuovo straziante ricatto imposto al popolo birmano e alla comunità internazionale si riassume nell’odiosa formula del «trattare per aiutare». La carità dei soccorsi, formalmente accettata già domenica annunciando il via libera all’entrata degli aiuti internazionali, resta in verità sottoposta al vaglio puntiglioso di agenti segreti e generali. Al quinto giorno d’emergenza la carovana dei soccorsi attende inerte alla frontiera, bloccata da schiere di burocrati tignosi e da procedure inassolvibili. L’Onu protesta sommessamente invocando - tramite Elisabeth Byrs, portavoce dell'Ufficio di Coordinamento dell'Onu per gli Affari Umanitari - la «necessità di comprendere la serietà della situazione». Il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner invece rinuncia alla diplomazia e denuncia davanti al parlamento una situazione «inaccettabile». «All’Onu che gli chiede di aprire le porte – spiega senza giri di parole il ministro francese - il governo birmano risponde: dateci i soldi e noi li distribuiremo».

Anche George W. Bush, esasperato da due giorni d’attesa, alza la voce e tenta di far approdare le navi della Marina di Washington al delta della disperazione: «Lasciateci venire in soccorso e aiutare la vostra gente, la nostra Marina – invoca il presidente - è pronta a recuperare chi ha perso la vita, a trovare i dispersi e a cercare di stabilizzare la situazione, ma la giunta militare deve concedere il permesso d’entrata alle squadre incaricate di valutare la situazione». Mentre gli appelli riecheggiano nel vuoto i resti delle vittime ingolfano il delta dell’Irrawaddy, si macerano in quello Stige melmoso ed insalubre, distillano l’epidemia che rischia di far piazza pulita di centinaia di migliaia di superstiti privi di cibo, acqua e medicine.
Mentre bilancio s’aggrava d’ora in ora Andrew Kirkwood, direttore dell’organizzazione britannica Save the Children cita le stime buttate giù dalle organizzazioni umanitarie e immagina un’Apocalisse finale da oltre 50mila vittime. Lo stesso ministro degli esteri birmano Nyan Win non si fa scrupoli ad aggiungere almeno 41 mila dispersi ai 22mila morti ufficiali e ipotizza la presenza di almeno diecimila cadaveri soltanto nella zona di Bogalay. Intorno a quella città cimitero, a quell’ epicentro di distruzione, l’ondata generata da Nargis ha quintuplicato la potenza del ciclone ed ha raso al suolo il 95 per cento delle costruzioni.

Secondo molte testimonianze la tragedia era prevista ed annunciata: «Quarantotto ore prima dell’arrivo di Nargis - rivela il dipartimento meteorologico indiano – avevamo indicato il punto d’impatto del ciclone svelandone la forza e le possibili conseguenze». Il telefono a Rangoon e nella remota capitale Naypyiday squillò, però, a vuoto. Dai palazzi di Than Shwe e degli altri tiranni arrivò solo l’ordine d’aspettare.

Per non smentire tanta consueta, insensibile indifferenza la giunta militare ha confermato, ieri, il regolare svolgimento del referendum sulla nuova costituzione previsto per sabato in 40 regioni del paese. Nelle sette aree devastate dal ciclone i sopravvissuti aspetteranno ancora nella consapevole certezza che peggio di così non possa, comunque, andare.