Birmania, aiuti bloccati: 30mila bimbi a rischio

La giunta militare amica di Pechino continua a fare incetta di cibi e medicine ma dai magazzini esce poco o niente. A due settimane dal disastroso ciclone solo il regime resta ottimista

Immaginatevi 30mila bambini birmani in fila, uno dietro l’altro. Fanno dieci chilometri di piccini senza più nulla, piegati dalla diarrea, le pance gonfie, le guance e le labbra piagate dall’avitaminosi. Dieci chilometri di occhi stremati, senza più lacrime. Attendono da 14 giorni. Dieci chilometri di bocche spalancate dove da due settimane non scende un sorso d’acqua che non sia fanghiglia purulenta raccolta nei canali invasi da cadaveri, carogne, legno marciscente. Dieci chilometri di sofferenza senza speranza. Trentamila corpicini malconci, sopravvissuti alla furia del ciclone Nargis e ai propri genitori, ma dimenticati da tutti. Immaginateveli tra qualche giorno. Morti. Uccisi. Cadaveri. Piegati dalla fame, consumati dalla dissenteria, stremati dalla pioggia e dal freddo. Sembra un incubo, ma è la verità. Hanno meno di cinque anni, ma per loro non arriva nessuno. Sono senza scampo. Lo annuncia l’organizzazione umanitaria Save the Children Found, lo denunciano i soccorritori approdati nella palude stigia alle foci dell’Irrawaddy.

Fino a due settimane fa era la grande risaia della Birmania. Oggi è la sua fossa comune. Le cifre ufficiali parlano di 78mila morti e 56mila dispersi, ma il bilancio finale secondo le stime supererà le 200mila vittime. Quei trentamila bimbi in agonia sono gli ultimi condannati a morte, le ultime vittime di un regime che continua a bloccare gli aiuti e ad allontanare come mosche fastidiose i volontari internazionali. Per anni i tiranni di una giunta militare che si definisce socialista hanno svenduto a Pechino gas petrolio e rubini, senza garantire il riso quotidiano ai propri figli. Ora la precaria condizione originaria di quei 30mila bimbi diventa un’irrevocabile sentenza di morte. «Con la denutrizione già presente e l’assenza di aiuti quei ragazzini non sopravviveranno a lungo, probabilmente stanno già morendo», denuncia Save the Children Found.

«Azione contro la fame» - un’agenzia umanitaria impegnata nella regione di Bogale - descrive una situazione da girone infernale. «La gente vaga tutto il giorno alla ricerca di cibo e quando lo trova deve inventarsi un modo per cucinarlo, per due settimane - raccontano i soccorritori - han raccolto piante e riso marciti nella fanghiglia tentando di nutrirsi, ma ora sono allo stremo».

L’aspetto più raccapricciante resta l’indifferenza della giunta militare, il distacco del generale tiranno Than Shwe e dei suoi accoliti in stellette. A Rangoon i soccorritori internazionali vengono accolti come spie e messi alla porta subito dopo aver riempito gli hangar di cibo, acqua e medicine. Ma dai magazzini non esce nulla. Resta tutto lì, diventa proprietà di una giunta militare inetta, incapace, anche volendo, di superare la devastazione che separa la capitale e l’inferno. Incrollabili nella menzogna Than Shwe e i suoi generali garantiscono, intanto, il successo delle operazioni di soccorso governativo e minacciano gli operatori internazionali che mettono in dubbio la verità di regime. «Le operazioni di soccorso sono state accelerate e procedono spedite - spiega il quotidiano governativo Nuova Luce - grazie alle misure intraprese dal governo». Tutto il resto sono calunnie. «Alcune agenzie e organizzazioni internazionali fanno credere che il governo rifiuti o blocchi gli aiuti, ma chi è in Birmania - scrive la gazzetta fedele ai militari - sa come stanno le cose». E lo sanno purtroppo anche quei trentamila bimbi prigionieri nella culla della morte.