La Birmania disperata: riprendetevi Fassino, ha fatto solo danni

L'ex segretario della Quercia, inviato in Asia dalla Ue, fallisce la sua mediazione. La protesta dell'opposizione perseguitata: "Ha finito per irrigidire il regime"

E meno male che nella politica italiana lo chiamavano già «il birmano». Questo perché il nuovo incarico di Piero Fassino, inviato speciale dell’Unione europea in Birmania, aveva qualcosa di esotico, di suggestivo, perfino di mistico. Come se quell’incarico, saltato fuori dal cilindro della diplomazia internazionale, fosse una sorta di intermezzo ascetico dopo la lunga overdose del potere alla guida del più importante partito della coalizione di governo in Italia. L’esilio di Piero Fassino, insomma, era un po’ una metafora, come se fosse l’esilio di un’intera coalizione, il contrappasso da pagare dopo la stagione del potere.
Ebbene, ieri, la notizia, covata da Italia Oggi e sparata a tutta pagina da Franco Bechis sul quotidiano economico, era che «il birmano» non va bene ai birmani, e che l’opposizione in esilio ha avanzato una protesta ufficiale allo spagnolo Javier Solana chiedendo la sostituzione dell’ex leader dei Ds. Il motivo? Fassino, con una raffica di articoli caustici pubblicati su Mizzima, è stato accusato di puntare all’overdose mediatica, di aver passato mesi a fare esclusivamente «diplomazia del megafono». Ovvero, come spiega Bechis nel suo articolo, «a partecipare a conferenze stampa, concedere interviste ai media, fare abbondante uso di retorica con il risultato di avere contribuito solo a un irrigidimento del regime nei confronti dell’opposizione».
Ora, a parte il fatto che l’incarico a Fassino nasceva già in un clima disgraziato, con molti diplomatici che consideravano la sua missione «una duplicazione» rispetto all’analogo incarico svolto dal rappresentante dell’Onu. A parte il fatto che secondo il quotidiano, in una di queste conferenze stampa a Bangkok, Fassino avrebbe fatto una gaffe epocale rispondendo alla domanda: «Come mai lei non tiene mai conto dell’eredità di venti anni di insuccessi della comunità internazionale nella sua azione negoziale, cercando di cambiare un atteggiamento fallimentare?». L’ex segretario dei Ds, infatti, a questa domanda aveva risposto stizzito: «Non mi interesso di storia, io sono un politico». Ebbene, se uno considerasse queste esternazioni con i parametri italiani, non ci sarebbe nulla di cui stupirsi. Fassino, come moltissimi suoi colleghi, è abituato agli standard italiani. Ovvero al fatto che un politico parla tutti i giorni, inonda le agenzie di dichiarazioni, si arrabbia se gli fanno domande scomode, non è in grado di accettare qualunque tipo di ridimensionamento del suo ruolo e delle sue aspirazioni.
Fra l’altro Fassino, di cui spesso vengono decantate le presunte doti diplomatiche, era già incorso in una gaffe clamorosa quando, da sottosegretario agli Esteri, durante i lavori di una direzione che lui immaginava a porte chiuse e che invece era seguita dai giornalisti con una telecamera a circuito chiuso, arrivò a dire: «Sì alla missione in Albania, tanto, dopo il voto, Berisha se ne deve andare». Un’affermazione che, in quell’aprile del 1997, mentre la destra e la sinistra albanese si combattevano senza esclusione di colpi, ebbe l’effetto di una pericolosa ingerenza. Ebbene, i birmani ci danno a loro modo una piccola lezione, la normale presunzione di indispensabilità dei mediatori che arrivano da fuori, con il loro carico di certezze e di protagonismo mediatico, non solo non risolvono le crisi, ma talvolta le aggravano.
Così, se si volesse trarre una lezione da questa storia, sarebbe quella di toglierci una volta per tutte i nostri stereotipi «buonselvaggisti», quelli per cui sarebbe la politica italiana che deve esportare all’estero i suoi standard di civiltà e grande raffinatezza. È vero piuttosto il contrario, se Fassino, e con lui buona parte dei nostri leader dovessero andare in Birmania, sarebbe più saggio che restassero rinchiusi in qualche monastero a imparare le virtù del silenzio, della pazienza e della riservatezza. Non grandi statisti da esportare all’estero, ma grandi malati di protagonismo mediatico da rinchiudere, affinché vengano rieducati.
D’altra parte abbiamo un solo esempio di leader che all’estero abbia avuto fortuna, quello di Emma Bonino, e non è un caso che la Bonino abbia iniziato la sua carriera tornando in Italia dopo una felice esperienza da commissaria europea, mentre tutti gli altri continuano ad andare all’estero quando nel nostro Paese sono arrivati al capolinea. Forse, la vera lezione birmana dovrebbe essere questa, i leader italiani vanno esportati all’estero quando hanno qualcosa da fare, e non collocati nelle istituzioni internazionali quando non hanno più nulla da fare da noi.
Luca Telese