Birmania, i monaci dichiarano guerra al regime

Dopo gli scontri con funzionari governativi in un monastero, i religiosi hanno dato la caccia ai miliziani che sostengono la giunta militare

È un barlume d’impercettibile umanità, un lampo fugace nell’abisso dell’intolleranza, una goccia d’acqua nel deserto del totalitarismo, ma è un segnale. Un brivido capace di scuotere il corpo greve della tirannide. Lui si chiama Ye Thein Naing, ha due gambe sfracellate a bastonate e, fino a ieri, sembrava costretto a marcire in una lurida cella, a consumarsi tra le sofferenze. Ieri, invece, l’inconsueta clemenza di una dittatura solitamente spietata gli ha regalato la libertà, concesso un posto all’ospedale.
È successo a Yangoon, capitale della vecchia Birmania, ma non è successo per caso. Senza la rivolta dei monaci buddhisti, senza il sequestro di venti funzionari del governo di Myanmar tenuti in ostaggio per ore in un monastero, Ye Thein Naing marcirebbe ancora nella sua cella. La liberazione del dissidente non ha però fermato i monaci. Gruppi di religiosi hanno distrutto il negozio di un militante dell’Usda, il corpo paramilitare che mercoledì ha aggredito alcuni loro colleghi durante una manifestazione, e hanno stretto d’assedio l’abitazione di un altro miliziano. Intanto decine di scritte chiedono la messa al bando degli Swannarrshin (Signori della forza), un altra banda di picchiatori utilizzata dalla giunta.
La protesta dei monaci non è priva di rischi. Quella di Yangoon non è una dittatura all’acqua di rose. Nel 1988 la Giunta militare dello Slorc (Consiglio per la restaurazione dell’ordine e della legge dello Stato) impose il proprio potere spegnendo nel sangue la rivolta degli studenti scesi in piazza contro la dittatura imposta nel 1962 dal generale Ne Win. Da allora la parola clemenza è scomparsa dai dizionari birmani. Da allora Aung San Suu Kyi, la capofila dell’opposizione democratica vincitrice delle uniche elezioni degli ultimi 45 anni, langue in prigione o agli arresti domiciliari. Da allora migliaia di oppositori affollano la prigione della capitale. Nel resto del Paese l’esercito continua ad arrestare oppositori e ad attaccare le roccaforti delle minoranze etniche. L’inconsueta liberazione di Ye Thein Naing, arrestato durante i disordini contro i rincari del carburante, viene dunque interpretata come un segnale di paura e cedimento.
Stavolta i generali non hanno di fronte solo un’opposizione sfilacciata. Stavolta devono fare i conti con il secolare potere dei templi e delle pagode, con la forza di una religione capace d’incanalare il malcontento e smuovere le masse. Il loro coinvolgimento risulta evidente sin da metà agosto. Da quei giorni i loro sari arancione colorano le proteste contro il caro carburante e conferiscono a cortei e manifestazioni una labile incolumità. Al posto delle pallottole volano semplici bastonate. Invece della morte si rischiano semplici arresti. Mercoledì, però, un reparto di miliziani troppo zelanti mette da parte quelle premure e apre il fuoco su un gruppo di trecento monaci alla testa di un corteo, li attacca, li bastona a sangue. Il regime si rende conto di aver oltrepassato il segno e manda una delegazione di venti funzionari nella città santa di Pakokku, sede di uno dei più venerati e famosi monasteri birmani. Ma le scuse non bastano. I monaci infuriati catturano gli ambasciatori della giunta, bruciano le loro macchine, li tengono per ore prigionieri del santuario. Inizia una snervante trattativa e alla fine gli ostaggi vengono liberati. Ma 24 ore dopo viene liberato anche Ye Thein Naing. Le sofferenze di quel dimostrante, imprigionato nonostante le ferite, erano diventate la bandiera dell’opposizione. Ottenendone la liberazione i monaci hanno reso manifesta la loro scelta di campo e piegato il Moloch della tirannia.