Birmania, Nargis fa strage: oltre 10mila morti

Dieci ore di tempesta violentissima: la furia del tifone ha spazzato via interi villaggi. Per due lunghissimi giorni il regime militare minimizza la catastrofe e impedisce l’arrivo dei soccorsi internazionali. Non c’è più luce e acqua potabile. Due milioni i senza tetto

L'orrore è ancora lontano, inaccessibile, celato sotto la coltre di melma, alberi e foglie putrescenti che ricopre l'Irrawaddy. L'immensa fossa comune è lì sotto, in quell'imbuto dove la furia di Nargis ha frullato per dieci interminabili ore uomini, case e villaggi. Dieci ore di tempesta, assassina che hanno cambiato il volto del sud della Birmania trasformando il delta fluviale in una tomba sconfinata capace d'inghiottire l'immagine e l'entità della tragedia. Soltanto ieri, 48 ore dopo il passaggio del ciclone Nargis, i bilanci incominciano a misurarsi con un'apocalisse da diecimila e passa vittime. Soltanto ieri la televisione birmana abbandona le stime iniziali di 340 morti e si confronta con la tragedia a cinque zeri. «Adesso - ammette l'emittente - il numero delle vittime confermate è di 3.934 morti, 41 feriti e 2.879 dispersi nelle regioni di Rangoon e Irrawaddy». In un incontro con i diplomatici stranieri anche il ministro degli esteri Nyan Win ammette che il bilancio potrebbe già superare i diecimila morti. Per l’agenzia Nuova Cina sono almeno 15mila, due milioni gli sfollati, cinque regioni nel sud dichiarate «disastrate».

Chi conosce la Birmania e le sue strade puntualmente cancellate dal consueto riproporsi della stagione delle piogge fa presto a capire che anche quell'ammissione tardiva resta parziale e ottimistica. Quelle cifre, probabilmente, riguardano solo la capitale e la sua periferia di fango e capanne dove s'ammassano quattro milioni di persone. Al delta dell'Irrawaddy, al suo limo di fango e morte nessuno è ancora arrivato. Lì nella grande tomba scavata dal turbinio di cascate d'acqua sospinte da venti a 240 all'ora sono scomparsi interi villaggi. Lì centinaia di migliaia di senza tetto attendono l'arrivo di medicine, acqua e cibo. Per due giorni i soccorsi hanno atteso un cenno del generale Than Shaw e dei suoi undici senescenti gerarchi. Indifferenti a tutto, timorosi di qualsiasi intrusione capace d'incrinare il controllo imposto sul paese il tiranno e i generali hanno atteso fino a ieri per dare il via libera agli aiuti internazionali. In compenso nella terrificante notte di tempesta di venerdì gli ufficiali responsabili del penitenziario di Insein, la prigione simbolo della capitale, non hanno esitato a sparare sui detenuti colpevoli di aver acceso un fuoco per riscaldarsi: «Quella notte 36 prigionieri sono stati uccisi e 70 sono stati feriti dalle guardie infuriate perché il vento aveva dato vita a un inizio d'incendio» - racconta da Bangkok Ko Tait Naing rappresentante della Associazione per i Prigionieri Politici birmani.

Sordi ai lamenti della nazione e chiusi nelle impenetrabili fortezze di Naypyidaw, la capitale costruita nella giungla 400 chilometri a nord di Rangoon, Than Shaw e i suoi non rinunciano ad un'ipocrita pretesa di normalità confermando il referendum sulla nuova costituzione previsto per il 10 maggio prossimo. In queste condizioni gli ufficiali governativi mandati a vegliare sul voto non troveranno neppure i villaggi disegnati sulle carte dell'Irrawaddy, ma poco importa. L'importante è riproporre un'impressione di normalità.

Il Dipartimento di Stato americano denuncia, intanto, il blocco alla frontiera di una sua missione mandata a valutare con urgenza l'entità della catastrofe. Gli unici aiuti effettivamente ammessi restano, infatti, quelli dell'India, della Thailandia e degli altri paesi abituati a commerciare e dialogare con la giunta militare. Nuova Delhi ha mandato due navi piene di coperte, medicine, tende e aiuti alimentari, mentre un C130 con le insegne dell'esercito di Bangkok è già atterrato a Rangoon. Ma sono gocce nell'oceano. Nella condizione attuale solo una task force dotata d'elicotteri e mezzi anfibi può raggiungere l'epicentro del disastro. «Sappiamo che alcune centinaia di migliaia di persone hanno bisogno di un ricovero e d'acqua potabile, ma non siamo in grado di quantificare il numero esatto» spiega Richard Horsey, dell'ufficio per l'emergenza disastri delle Nazioni Unite, a Bangkok. Il portavoce della Croce Rossa Internazionale Michael Annear si limita, invece, ad alzare bandiera bianca: «Abbiamo cercato di raggiungere le zone più isolate, ma molte strade sono semplicemente inaccessibili».