Birmania, pronti gli aiuti Onu ma il regime chiude le frontiere

Ban Ki Moon tenta inutilmente di aprire un dialogo con il regime

Con il sequestro degli aiuti internazionali inviati finora, la giunta militare birmana è impegnata in un braccio di ferro con l’Onu. E intanto per la popolazione birmana la situazione si fa ancora più dura. L'Onu ieri mattina aveva infatti deciso di sospendere gli invii di cibo e materiale medico al Myanmar. «Il Pam (Programma alimentare mondiale) ha deciso di fermare i voli - aveva detto Chris Kaye, che dirige le operazioni relative all'ex Birmania -. Non era possibile andare oltre, le restrizioni che ci hanno imposto sono inaccettabili. In più, due voli atterrati a Rangoon contengono prodotti alimentari che non sono ancora stati sbarcati». In serata il contrordine: il Pam riprenderà oggi i voli. Per bypassare gli stretti controlli dei generali molte organizzazioni si stanno attrezzando per far entrare gli aiuti via terra o via mare, in modo da non doverli sottoporre agli stretti controlli negli aeroporti. La giunta militare ha dato un «contentino» agli Usa concedendo l’autorizzazione a un volo militare americano per lunedì.
In maniera quasi accorata il segretario dell’Onu Ban Ki Moon ha lamentato l’impossibilità, «purtroppo», di avere colloqui diretti con la Giunta militare del Myanmar nonostante giorni di tentativi seguiti alla furia del ciclone Nargis. Il segretario generale dell’Onu ha rivolto quindi a mezzo stampa il suo «forte appello» ai militari al potere perché consentano l’accesso nel Paese ai soccorritori, evitando che la catastrofe umanitaria si aggravi: «Facciano il possibile per facilitare gli aiuti. Occorre mettere da parte le differenze politiche».
La distribuzione degli aiuti sarebbe, secondo quanto riportato dall'agenzia Asianews, legata a doppio filo con il voto nel referendum costituzionale. Le fonti dell'agenzia di stampa infatti, riferiscono che i membri dell'Union solidarity and development association (un'organizzazione legata alla giunta militare) starebbero costringendo gli abitanti della capitale e dei villaggi limitrofi a «compiere il loro dovere patriottico e a votare sì al referendum» in programma per oggi in cambio del cibo e dei medicinali arrivati dall'estero.
Il partito di Aung San Suu Kyi, la leader dell'opposizione da tempo agli arresti domiciliari, ha esortato i generali della giunta a rinviare la consultazione costituzionale, sostenendo che dopo il ciclone Nargis non è di certo il momento più adatto per votare. Da parte sua la giunta ha concesso il rinvio al 24 maggio soltanto in 47 circoscrizioni, quelle più colpite dalla furia delle acque.
Intanto, mentre il numero delle vittime continua a salire - le ultime stime internazionali prospettano che si possa arrivare a oltre 100.000 morti e un milione e mezzo di sfollati - non accennano a risolversi nemmeno i problemi per quanto riguarda l'arrivo degli operatori. La giunta militare ha infatti detto che «Myanmar non è nella situazione di accogliere le squadre di soccorso da Paesi stranieri» e anche il primo ministro thailandese Samak Sundaravej che, su invito di Washington e Londra, aveva programmato di visitare il Paese per convincere la dittatura ad aprire alle Onlus e ai soccorsi internazionali, ha disdetto il suo viaggio.
Un ulteriore ostacolo arriva anche dalla scelta dell'ambasciata birmana in Thailandia, tappa obbligata per chiunque volesse entrare nel Paese. L'ambasciata, infatti, ha scelto ieri di rimanere chiusa per una festa nazionale thailandese, bloccando fino a lunedì o martedì prossimi il rilascio dei visti agli operatori internazionali che cercano di portare soccorso alla popolazione.
Tuttavia, anche se riuscissero a entrare in Birmania, i soccorsi non sanno ancora a cosa potrebbero andare incontro. Quella emersa finora infatti è soltanto la punta dell'iceberg: nella zona del Delta sono scoppiati i primi casi di colera e oltre 600 villaggi sarebbero stati totalmente distrutti dal ritirarsi delle acque. «Non c'è traccia di nessuna costruzione - ha dichiarato una fonte militare dei soccorsi -. Ci sono solo spazi aperti, vuoti e migliaia di cadaveri in decomposizione nelle isole, nei villaggi e lungo le coste. Non c'è nessuno che possa cremare i cadaveri».
Terribili gli ultimi bilanci, ancora provvisori, dell’ecatombe: le Nazioni Unite ritengono che le vittime del ciclone «Nargis» possano essere tra i 36mila e gli oltre centomila. Questa la stima di John Holmes, coordinare per l’assistenza di emergenza umanitaria del Palazzo di Vetro. Al momento, le autorità del Myanmar parlano ufficialmente di 23.335 morti e di 37.019 dispersi.