Birmania, il referendum-farsa della dittatura

Sugli aiuti internazionali incollati i nomi dei generali. nel Paese in gionocchio dopo il ciclone la giunta militare distribuisce schede prestampate con il voto già espresso

È sorprendente che gli organismi internazionali e i governi democratici si sorprendano, invece di decidersi ad agire. In Birmania la disgrazia naturale ha infierito su un popolo già da molte generazioni colpito da tutte le disgrazie. La giunta militare che è arrivata, nel momento più tragico per il Paese, con oltre 100mila morti a causa del ciclone Nargis, a organizzare una sceneggiata atroce, sequestrando gli aiuti internazionali per usarli come obbligo al falso voto di un falso referendum, prende da sempre gli ordini da Pechino. Il Tibet è occupato, la Birmania (e non Myanmar, come con residua ribellione la continuiamo a chiamare) è tenuta sotto una dittatura che genera silenzio e isolamento in risposta al terrore. Le ultime elezioni verosimili le aveva vinte il partito di opposizione, guidato da Aung San Suu Kyi. Loro hanno arrestato tutti, lei la tengono segregata, un roboante Nobel per la Pace non l'ha certo salvata, solo consegnata nel ruolo orribile di icona rarefatta.
Il regime birmano è paragonabile in capacità di annientare un popolo forse solo a quello di Saddam Hussein. In ogni clan c'è una spia, quello che guadagna un po' di soldi mentre gli altri patiscono la fame, così il controllo è capillare, non esiste una rete di distribuzione alimentare, un sistema bancario. In questi giorni hanno usato lo tsunami per vincere il referendum costituzionale che impedisce qualunque evoluzione democratica. Poiché del successo delle minacce non erano del tutto sicuri, hanno distribuito schede prestampate, col voto già espresso. Il cataclisma però deve essergli sembrato una grande occasione di ricatto. Il voto si baratta con il materiale per ricostruire una parvenza di abitazione, con una busta di aiuti alimentari grottescamente truccata da grazioso omaggio del regime: la televisione trasmette a getto continuo filmati di esponenti della Giunta, incluso il leader Than Shwe, che consegnavano aiuti alla popolazione. Su una delle scatole era evidente la sovrapposizione del nome di uno dei generali in ascesa, Mynt Swe, sull’etichetta recante la scritta «Aiuti del Regno della Thailandia». Chiaro che funziona, basta guardare le immagini di devastazione. Naturalmente non ci devono essere testimoni, per questo la giunta ha chiuso per festività l'ambasciata a Bangkok, lasciando senza visto i soccorritori stranieri che cercano di entrare nel Paese.
Ancora una volta sono usciti i monaci buddisti dai loro templi. Sono gli eroi dell'Asia oppressa dalla Cina comunista. Una delle zone colpite era proprio il centro della resistenza dei Karen, la minoranza ribelle sterminata dieci anni fa. I monaci cercano di sgomberare le strade principali e far ripartire le comunicazioni e i trasporti, là dove l'esercito si tira indietro, perché è del referendum che si deve occupare e non delle infezioni, là dove gli stranieri non sono ammessi, se non come postini di aiuti che i militari distribuiscono fingendo che sia tutto merito loro.
Possibile che si debba subire? Le Nazioni Unite stanno discutendo la possibilità di invocare la clausola Onu sulla «responsabilità di proteggere». Gli aiuti entrerebbero in Birmania senza aspettare l'approvazione della giunta, scortati da un contingente militare straniero.
Sarebbe la deposizione di fatto del regime dei generali, visto che il leader eletto resta Aung San Suu Kyi. Un metodo estremo? Pericolo di balcanizzazione? Che c'è di peggio, se siamo ancora esseri umani, di quel che stiamo vedendo?