Bisio rifà la storia d’Italia con l’inedito di Gaber

All’Archivolto di Genova la prova generale di «Io quella volta lì avevo
25 anni», scritto dal Signor G. con Sandro Luporini. Un viaggio ironico
dagli anni ’40 al Duemila con critica al consumismo esasperato. Stasera
in scena allo Strehler di Milano

Genova - L’inedito, quella volta lì, aveva un anno in meno. Ma, complice uno sciopero dei lavoratori dello spettacolo della Cgil, slittò all’ultimissimo momento. Ne scrivemmo, parecchio, perché ci sembrava che aderire a quello sciopero, in qualche modo tradisse lo spirito di Gaber. E ci spiaceva che quel tradimento fosse firmato da Claudio Bisio, artista che non ha mai nascosto le sue idee di sinistra, ma che allo stesso modo non ha mai mandato il cervello all’ammasso e ha sempre messo le proprie idee, le proprie scelte, le proprie passioni, davanti a quelle dettate da certa politica. Idem il teatro che produce: l’Archivolto di Genova. Insomma, gaberiani.

L’inedito, stavolta, ha un anno in più. Ma nemmeno una ruga in più. Io quella volta lì avevo venticinque anni - il testo di Giorgio Gaber e della sua inseparabile metà artistica Sandro Luporini, in scena in anteprima sabato e ieri al Modena di Genova e in prima ufficiale questa sera alle 20,30 al teatro Strehler di Milano - è l’ennesima dimostrazione che i grandi, i grandi veri, sopravvivono a se stessi. Perché il racconto dell’Italia attraverso un personaggio eternamente venticinquenne, eternamente innamorato di Maria (che non è necessariamente sempre la stessa Maria, anzi sono varie Marie che si succedono con le rispettive personalità e passioni), eternamente disincantato e mai retorico, è in purissimo stile Gaber-Luporini. E, soprattutto, è uno dei migliori testi della coppia, uno dei tanti che resterà.

Non era affatto scontato. Siamo stati abituati troppo spesso a inediti che farebbero rivoltare nella tomba i loro autori (che li avevano lasciati volutamente inediti), trovati chissà come e da chissà chi sul fondo di chissà quali cassetti. Stavolta, invece, è tutta un’altra storia: da Io quella volta lì avevo venticinque anni esce la storia d’Italia, sia dal punto di vista sociale sia da quello personale, dove comunque anche la politica è solo una cartina di tornasole di se stessi. E così negli anni Quaranta si fa la resistenza sulle montagne (di gran lunga il decennio meno riuscito, a tratti quasi soporifero), i Cinquanta sono quelli dei corteggiamenti e dei lenti al dancing, i Sessanta sono contraddistinti dalle automobili e dal boom, i Settanta dalle comuni e dall’autocoscienza, gli Ottanta dalla tragedia della droga e i Novanta sono gli anni dei creativi e della mancanza di creatività. Racconti sempre risparmiati dalla pesantezza delle ideologie e sempre contrappuntati dalla leggerezza dell’ironia, che strappa spesso applausi a scena aperta. Racconti che portano al giorno d’oggi, al protagonista finalmente cresciuto, finalmente cinquantenne, che firma l’ultimo monologo, amarissimo, dello spettacolo, quasi la morale della favola: una critica al consumismo esasperato e un elogio dell’essenzialità.

Il testo è davvero efficace, dolce e spietato, ironico e leggero, aggressivo e tenerissimo. Il resto, il valore aggiunto, lo dà il protagonista, che si fa ampiamente perdonare lo sciopero dell’anno scorso. Nonostante lo spettacolo sia ancora in embrione e quindi una lettura scenica, Bisio quasi non se ne fa accorgere.

Perfettamente in parte per ognuna delle parti. Contemporaneamente comico e drammatico. Bravissimo anche ad affrontare le canzoni da Non arrossire al Conformista e a Che bella gente, senza mai voler strafare, con la sua vocina, con il rischio di stonare, ma senza mai sembrare stonato.
In platea si respira la grandezza di Gaber e Luporini, ma anche l’affiatamento fra Bisio e l’Archivolto che, come la Maria del signor G., attraversano varie epoche senza mai risentirne: da Pennac a Baricco, da De Andrè a Gaber, il binomio fra l’attore milanese e il teatro genovese funziona alla perfezione. E così le essenziali note di regia di Giorgio Gallione arricchiscono ulteriormente il testo: in scena ci sono solo quattro leggii, una luce rossa soffusa e soprattutto il pianoforte pizzicato di Carlo Boccadoro che è quasi una colonna sonora trasparente e sotto le righe del passare delle stagioni e dei decenni, anche se mai dell’età, eternamente ferma a quota venticinque.
Funziona, funziona benissimo.

Ripagando così la fiducia della Fondazione Gaber, di Dalia, di Paolo Dal Bon... L’Archivolto, fra produzioni e spettacoli ospitati, aveva già proposto il Gaber-identificato di Giulio Casale, il Gaber-attore di Eugenio Allegri e il Gaber-transgenico di Neri Marcorè, tutti azzeccati. Ma il Gaber di oggi, il Gaber di Bisio, è forse il migliore di tutti: perché Bisio fa Bisio, non fa Gaber. E a fare Gaber (e Luporini) ci pensano le loro parole. Attualissime.