Il bisnipote pittore accusa: «Stalin morì avvelenato»

Macché ictus: Stalin morì avvelenato, in un complotto ordito dal suo entourage con in testa Nikita Krusciov. Un bisnipote del leader sovietico ha deciso di cavalcare quest’ipotesi, accreditata da un numero crescente di storici, e ha chiesto al presidente russo Vladimir Putin di verificarne l'attendibilità. In una lettera al leader del Cremlino il bisnipote - Iakov Dzhugashvili, 33 anni, pittore a Tbilisi, la capitale georgiana - sostiene che nel marzo 1953 «in Urss avvenne un colpo di Stato organizzato da Krusciov».
«Vi domando di chiarire le circostanze della morte del mio bisnonno», scrive nella lettera-appello a Putin il pittore che discende da Iakov, il figlio di Stalin morto prigioniero dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale (secondo una leggenda metropolitana il padre si rifiutò di scambiarlo con il fedmaresciallo della Vehrmacht Friedrich von Paulus, catturato dall’Armata Rossa a Stalingrado). Ormai a ogni ricorrenza, si tratti dell’anniversario della nascita (21 dicembre) o della scomparsa (5 marzo), l’ipotesi del complotto assassino tiene banco in Russia dove Stalin rimane un’icona molto ingombrante, tuttora venerata dal popolo meno istruito. Lo storico Addurakhman Avtorkhanov ha scritto molti volumi sulla congiura a spese dello spietato e idolatrato zar rosso che Krusciov avrebbe organizzato in combutta con il diabolico Lavrenti Beria (il capo dei servizi segreti) e con il futuro premier Gheorghi Malenkov. A detta di Avtorkhanov, il terzetto avrebbe agito in larga misura per autodifesa: temeva di finire vittima di una nuova, violenta ondata di epurazioni che Stalin si preparava a lanciare. Un altro storico, Nikolai Dobriukha, si è fatto paladino della teoria dell’avvelenamento insistendo su due tasti; il primo: fino a pochi giorni prima della morte Stalin scoppiava di salute, come dimostrano tutte le sue cartelle cliniche; il secondo: Beria era un esperto in tossicologia.
Il famoso scrittore Edvard Rodzinski promette di gettare luce sul «mistero» della morte di Stalin domenica prossima in tv tramite la testimonianza di un agente dei servizi segreti di allora, Pavel Lozgaciov, che era in servizio nella dacia di Stalin alle porte di Mosca la fatidica notte del decesso tra il 2 e 3 marzo 1953. In attesa delle nuove «rivelazioni» il quotidiano Kommersant ha sondato che cosa potrebbe succedere adesso dopo la supplica del bisnipote a Putin: sul piano giuridico nulla.
Non ci sono i presupposti per un’inchiesta, spiega l’avvocato Ghenri Reznik. Il «reato» risulta infatti prescritto e tutti i presunti «congiurati» sono morti da moltissimo tempo. «Non è una questione per le aule dei tribunali ma per gli storici», argomenta il legale.