Bisogna insorgere, civilmente ma insorgere

Caro Granzotto, non capisco più niente. I giudici fanno ciò che vogliono, interpretano le leggi come vogliono, mandano le notizie e gli atti giudiziari ai giornali senza problemi. Ma che cosa possiamo fare contro queste prepotenze?
Corte Franca (Brescia)

Insorgere, caro Haas. Civilmente, democraticamente insorgere. Da uomini liberi. Ed è quello che si sta cominciando a fare, mossi dal disgusto per l’ultima iniziativa della procura milanese e per il suo ormai non più negabile uso politico della giustizia. Al quale appartiene anche la diffusione (illegale) delle trascrizioni di colloqui telefonici privi di qualsiasi rilevanza penale, ma atti allo sputtanamento e dunque alla condanna civile in attesa di quella penale, se verrà. La grottesca montatura di una «emergenza morale» per le cene private di Arcore che rappresenti lo scivolo per la liquidazione extraparlamentare di Silvio Berlusconi ha fatto aprire gli occhi a chi li teneva chiusi non per compiacenza, ma per tema che aprendoli avrebbero visto cose che era meglio, per carità di patria, non vedere. E ha liberato la società civile d’impronta liberale dal rapporto di soggezione che il giustizialismo manettaro era riuscito a insinuare nella coscienza nazionale: la magistratura è intoccabile, insindacabile, impunibile e chi dice o solo pensa il contrario è nemico della democrazia, sprezzatore del dettato costituzionale nato dalla Resistenza, colluso con la Mafia, potenzialmente corrotto e sicuramente corruttore. C’è voluto il «caso Ruby», scelto dalla Magistratura - una sua piccola parte, ma la più politica, sgomitante e visibile - per sferrare il colpo di grazia affermandosi come il primo e assoluto dei poteri dello Stato, a destare le coscienze. Oggi anche i dubbiosi riconoscono l’urgenza di una riforma radicale che riconduca la magistratura nel proprio ambito costituzionale e impedisca il riformarsi di gruppi di azione con velleità golpiste: la separazione delle carriere; la riforma del Consiglio superiore della magistratura attualmente dominato da una associazione di magistrati; linee di indirizzo che regolino le licenze nella interpretazione talvolta umorale, spesso politica, della obbligatorietà dell’azione penale; il criterio meritocratico nella carriera - oggi automatica, precostituita - dei magistrati; l’abolizione del ricorso in appello da parte della pubblica accusa perché non è ammissibile che un magistrato smentisca un altro magistrato: ne va della certezza del diritto. Non ultimo, l’adempimento della volontà referendaria sulla responsabilità civile dei giudici: chi sbaglia paga e paga di tasca sua, non di quelle della collettività.
Insorga dunque, caro Haas, faccia sentire la sua voce e il suo dissenso: scriva e sottoscriva, conduca una guerra simmetrica irrompendo nei blog o altro social network; partecipi a qualsiasi manifestazione degli insorgenti; voti con rabbia, non solo alle politiche, ma perfino nelle assemblee di condominio, contro le vestali manettare e giustizialiste che tengono bordone alla magistratura politicizzata; rifiuti di leggere o ascoltare o vedere i Saviano, le Littizzetto, i Fazio (non perde niente, creda), giullari delle toghe che ambiscono a governare l’Italia a suon di avvisi di reato; si faccia comiziante al bar, al ristorante, nello scompartimento ferroviario, nella sala d’aspetto degli aeroporti. Non è tempo, questo, di maggioranze silenziose. Non basta più il conforto di sentirsi dalla parte della ragione: bisogna farla vittoriosa, la ragione. Diventando sempre più rumorosi.
Paolo Granzotto