Bisogna ridare il mare alla città

«Il policentrismo resiste e si oppone a un affare privato per poteri forti»

Invio questa mia riflessione di cui assumo in toto la responsabilità, non va quindi attribuita in alcun modo al pensiero della associazione di cui faccio e farò parte prossimamente che sta affrontando sugli stessi temi un necessario e approfondito percorso per la cui conclusione - auspicabilmente veloce - sono necessari dei passaggi non ancora completati.
Per inquadrare l’affaire Piano bisogna partire dall’inizio. La faccenda parte da una idea, invero geniale, dell’allora presidente della regione Biasotti: affidare a un architetto di chiara fama la risoluzione razionale di tutto l’affaccio a mare della città. Detto fatto recandosi a casa di Piano concorda la cosa e dà mandato, a lui subito si accoda Pericu - per non lasciarlo solo... La manovra è tutta nella logica della destra più becera e populista - con Piano foglia di fico - in sostanza si dichiara carta straccia degli strumenti urbanistici approntati dalle istituzioni - piano regolatore portuale, piano urbanistico comunale, piano della costa, piano territoriale di coordinamento - e gli si lascia carta bianca per progettare garantendogli le necessarie coperture. Il tutto aggravato dal fatto che il mandato e i soldi dati all’architetto - lui non prende una lira ma i suoi sottoposti che lavorano per sei mesi al progetto sì - vengono garantiti dalle istituzioni senza che in nessun modo il mandato sia stato formalizzato in una assemblea istituzionale, le istituzioni vengono chiamate, dopo, a plaudire all’affresco, senza possibilità di mettere bocca né sulla procedura, né sull’indirizzo dell’opera.
A questa procedura si accodano (purtroppo) anche noti esponenti di una associazione ambientalista dal cui comportamento in questa vicenda mi sento di dissentire in toto, che plaudono entusiasticamente all’opera.
Be’, devo dire che il tutto è una modalità inaccettabile di intervenire sulle questioni genovesi. Non esiste che amministratori e politici di sinistra e rappresentanti autorevoli di associazioni baipassino tutte le procedure amministrative e di legge in maniera acritica e senza uno straccio di proposta. Ma si sa, il berlusconismo ha colpito molto anche a sinistra e nell’ambientalismo e quindi non c’è poi tanto da meravigliarsi.
Ma vediamo come reagisce la città: gli imprenditori portuali dicono di no, vogliono che sia attuato il piano regolatore portuale e con loro i gruppi di cittadini che hanno avuto modo di esprimersi, i sindacati e i rappresentanti di Verdi, Rifondazione, Comunisti italiani, nel migliore dei casi si dice si, la visione è interessante ma sarebbe meglio che si facessero le cose già decise e programmate e in alcuni casi finanziate, per la visione c’è tempo.
In sostanza a un anno dalla presentazione i favorevoli continuano ad essere i rappresentanti istituzionali che hanno lanciato l’idea, i cittadini, le associazioni, gli imprenditori del settore e le associazioni ambientaliste seppur con diversi accenti non sposano il progetto.
Cosa succede... il nostro uomo del destino si rassegna a confrontarisi - e magari sottomettersi - agli strumenti urbanistici vigenti? Ma neanche per sogno, chiama a rapporto la stampa e con un gran colpo di teatro dichiara di tirarsi indietro e tutti subito a correre a lui supplici de visu e de stampa a difenderlo a sostenerlo ad invitarlo a tornare sui suoi passi. Be’, io non sono in quel gruppo io sono contento di quel fallimento non me ne rammarico.
Ora vorrei cercare nel mio piccolo di entrare nel merito.
L’idea che Piano ci propone è un’idea legittima sul piano scentifico, una ipotesi di razionalizzazione dell’esistente all’interno di una città da lui pensata come porto, o meglio intorno al porto, con una identità unitaria, con una grande attenzione alla capacità attrattiva delle aree portuali per muovere l’economia e per produrre sviluppo.
Questa idea pur apprezzabile è a mio parere vecchia, non realizzabile e inconciliabile con i criteri di sostenibilità urbana dell’unione europea (sarebbero così compromessi buona parte dei finanziamenti), in più è contrario alla storia della città (e di questo mi dolgo, che Renzo Piano genovese di nascita e di lunga frequentazione non abbia tenuto conto), la ricetta di Barcellona e quella di Rotterdam non sono esportabili in Liguria, in Liguria vanno trovate soluzioni adatte per la Liguria, il suo territorio, i suoi abitanti, la sua cultura.
Genova tutta unita è una idea che nasce - non a caso - in epoca fascista. In uno spirito di razionalizzazione che appiattendo dietro all’idea dell’allora unto del Signore tutte le differenze ha unificato tante realtà molto diverse tra loro a tutto discapito, ovviamente, dell’indipendenza e della vitalità di quelle città - Sestri, Sampierdarena Voltri - con una storia antica e col peccato di essere da sempre irrimediabilmente rosse. La razionalizzazione serviva al fascismo per controllare meglio il territorio, togliere forza e autonomia ad assemblee elettive non facilmente controllabili, apriva la strada alle numerose e rilevantissime speculazioni edilizie che hanno da quel momento cominciato a massacrare in primis il ponente genovese.
Al fascismo si è poi aggiunto l’industria di Stato che nel primo dopoguerra ha fatto strage delle aree di affaccio al mare di Sampierdarena e di Cornigliano bloccandone lo sviluppo e condannando città vive e dinamiche a «delegazioni».
Al massimo e qui arrivano i politici della sinistra che hanno amministrato la città a lungo nel dopoguerra e che ancora la amministrano, quartieri collinari privi di servizi e di qualità scadente, grandi infrastrutture ad abbruttire ancora di più il territorio centri divertimenti e commerciali che distruggono l’economia locale e il tessuto urbano in cui vengono collocati.
Ma la città policentrica resiste, si oppone, non si rassegna, non accetta l’unificazione che razionalizza, non accetta lo sviluppismo a tutti i costi che sottrae il mare alla città e ne fa un affare privato per poteri forti (e soldi e/o santi in paradiso).
Il porto. Nessuno nega la centralità del porto di Genova o meglio dei porti, perchè il porto antico, il porticciolo commerciale, la marina della fiera, i cantieri navali delle Grazie e quelli di Sestri, il porto di Sampierdarena, quello di Multedo, quello di Voltri sono diversi, autonomi fra loro, rispondono a tipologie di attività diverse tra loro e avrebbero bisogno di risposte diverse e modulari sul piano delle risorse e della logistica. Ma Genova non può e non potrà mai entrare in concorrenza con Rotterdam, con Anversa, e neppure con Valencia e Barcellona, a Genova non c’è e non ci sarà mai lo spazio che abbonda nelle dune olandesi, non è possibile infrastrutturare un’area come quella genovese per una capacità di smaltimento simile a quello dei grandi porti del nord Europa, si distruggerebbe la città si obbligherebbero migliaia di abitanti alla deportazione in nuovi quartieri collinari o a convivere - già in parte succede - con infrastrutture logistiche ad impatto devastante.
Genova ha bisogno di un piano regionale di collaborazione con gli altri porti liguri e magari con quelli del Tirreno del nord. Non abbiamo bisogno di una Genova/Rotterdam, sarebbe un mostro, ma di un piano dei porti dell’alto Mediterraneo che ottimizzi gli spazi e imponga regole e tariffe che premino gli operatori che garantiscano ricchezza, occupazione, salvaguardia ambientale, al territorio, e non a quelli che vogliono aree per stoccare milioni di containers che portano ricchezza e lavoro altrove e a noi lasciano fumi, rumori e distruzione della costa.
Genova è una città di mare. Solo in teoria, per la sciagurata politica iniziata dal fascismo e tuttora in auge la maggior parte dei genovesi - diciamo quattrocentomila forse cinquecentomila - su seicentomila, il mare non lo vede neanche una volta al mese, e comunque non ne può godere, il mare è tutto porto o stabilimenti balneari (chiusi e non accessibili in inverno), in sostanza il mare di Genova è a pagamento e i genovesi se lo vogliono vanno al mare in riviera come i torinesi o i milanesi.
Gli affacci al mare che ci sono sono a forte rischio, a Voltri con la continuazione delle banchine, a Pegli con lo spostamento del porto di Multedo davanti a Pegli, a Sestri con la costruzione di un porticciolo per yacht alle foci - maleodoranti del Chiaravagna - a Sampierdarena con la sparizione programmata delle ultime società di canottaggio e di pescatori alla foce del Polcevera, a San Benigno, la Lanterna si affaccia sui campi di carbone della centrale Enel, al porto antico (capolavoro presunto di Piano) tutto è stato cementificato, l’affaccio al mare per il centro storico è diventato una nuova Disney, ristoranti, locali vari, acquario (a pagamento) nessuna zona verde, nessun luogo per aggregazione della città, solo per chi può pagare, se poi si va dalle Grazie alla Fiera si può notare una lunghissima fila di barche da turismo: e vorrebbero farci una passeggiata - sempre Piano - per permettere a chi non ha i soldi di vedere e a chi ce li ha di arrivare più comodamente alle barche.
Io sono convinto che in un’idea multicentrica di città ci sia lo spazio per tutto, per una economia portuale che porti ricchezza - a tutti - per una vivibilità urbana che permetta a tutti i genovesi di vivere e affacciarsi al mare nei propri quartieri ma sopratutto sono convinto che Genova abbia bisogno di qualità urbana, di recupero e riutilizzo delle aree in maniera programmata e non per «varianti al piano» non di nuove costruzioni ma di recupero e valorizzazione dell’esistente.
A Sampierdarena uno striscione dice: c’era una volta il mare. Be io non credo sia un sogno, ritengo anzi che la restituzione del mare alla città e più in generale alla regione sia l’idea vincente da cui bisogna ripartire per uscire dalle secche dei veti incrociati e dalla politica delegata ai vari «unti dal Signore»
segretario di Legambiente