Bisogna rinsaldare il muro anti Prodi: ovvero il centrodestra

Caro Granzotto sul «Giornale» di giovedì scorso Fabrizio Rondolino dice che Prodi sta preparando il suo rientro per puntare a diventare presidente della Repubblica. Una notizia del genere è terrificante perché continuerebbe la saga degli zombie sinistrorsi seduti sulla poltrona del Quirinale. Quale è secondo Lei la strada più breve per evitare questo incubo?
Sezze

Serrare le fila, caro Agostini. Serrare le fila. Anche se ormai tutte le consultazioni, perfino quelle per eleggere il presidente di una bocciofila, assumono le dimensioni dell’autodafé, l’elettore può ancora sentirsi in libera uscita quando si tratta di amministrative. E nell’occasione togliersi qualche sassolino dalla scarpa, impartire lezioncine (che mai devono essere prese sottogamba) o semplicemente esprimere, col voto, il proprio mugugno. Però, quando la Patria chiama le piccole o grandi trasgressioni non sono consentite: non ci si spara sui piedi né si marca visita. E questo perché la democrazia si regge su un pallottoliere. Contano i numeri, non le buone intenzioni, non le brillanti idee, non le utopie più o meno mascherate da ideali: i numeri. In democrazia la volontà popolare ha un solo volto, quello della maggioranza. La o le minoranze possono avere più buone ragioni della maggioranza, possono presumere di detenere il monopolio del giusto e del vero. Possono voler Prodi o addirittura Vendola capo dello Stato. La Bindi o addirittura Casini presidente del Consiglio. Ma l’ultima parola spetta alla maggioranza. Ovvero ai rappresentanti della volontà popolare così come espressa nel pieno rispetto del dettato democratico. Cercare di aggirare quella volontà, fiaccarla con il gioco delle tre carte o con l’intervento delle falangi togate si chiama golpe (e bisogna stare accorti perché la sinistra usa chiamare rivoluzione i colpi di Stato. Così si seguita a definire, ad esempio, la rivoluzione russa o sovietica o d’ottobre. Che fu un golpe dei bolscevichi ai danni dei menscevichi).
Il mandato di Napolitano scadrà tra due anni esatti. Se a quella data Camera e Senato seguiteranno a esprimere una maggioranza di centro destra la Patria sarà salva, caro Agostini, e il Quirinale Romano Prodi potrà vederlo col binocolo. Come lei certo ben sa, dopo le prime tre votazioni che richiedono, per l’elezione, una maggioranza qualificata (due terzi dei votanti), si passa alla maggioranza semplice il che significa il 50 per cento più uno dei votanti. Soglia che sic stantibus rebus la sinistra nemmeno sfiora. Avrebbe potuto lambirla, forse, con l’arrivo delle truppe cammellate finiane. Ma Gianfranco Fini s’è rivelato, politicamente, ’nu guapp ’e cartone, vulgo quaquaraqua. Pertanto il boccino resta in mano alla destra la quale, per potersi giocare bene la partita, deve presentarsi all’appuntamento coesa e forte. Un muro. Che ora si presenta non propriamente solido e che dunque va subito rinforzato, perché due anni trascorrono in fretta. Prima mano di calce, domenica 29. Al ballottaggio gli elettori milanesi che si presero la libera uscita dovranno mettersi una mano sulla coscienza. Se non dovessero farlo, se la vedranno poi con un Pisapia sindaco, ed è già una sciagura. Ma quel che è peggio apriranno la strada anche a un Prodi capo dello Stato. E sarebbe, per la Patria, una catastrofe.
Paolo Granzotto