Al bivio tra Paradiso e calvario

Dovevano dare entrambe, l’Inter e la Juventus, un segnale forte. E lo hanno dato: i nerazzurri battendo la Fiorentina e la Juve pareggiando contro un Rimini in inferiorità numerica. Non erano partite facili né per i campioni d’Italia a tavolino né per chi lo scudetto se l’è visto sfilare dalle maglie. La squadra di Moratti e Mancini è inevitabilmente indicata da tutti come la grandissima favorita di questo campionato: ruolo che le compete non solo per quel titolo trovato nei tribunali sportivi ma anche e soprattutto per una campagna acquisti gigantesca, per l’assenza di una rivale storica come la Juve e per la penalizzazione che al momento (manca ancora l’arbitrato del Coni) relega in secondo piano il «nemico» di sempre, il Milan.
Ma quello di favorita non è un ruolo facile da reggere. Per non entrare subito in una pericolosa spirale di polemiche e discussioni, c’era bisogno di una partenza col botto visto che il calendario la opponeva, in trasferta, ad un’altra nobile del calcio italiano, quella Fiorentina azzoppata dalle sentenze sportive e quindi affamata di punti e belle figure. E l’Inter ha risposto a modo suo rischiando di farne non uno ma due di botti: dominando la Fiorentina per una sessantina di minuti e mettendola sotto di tre gol poi, tanto per non rinnegare completamente il suo passato, correndo il pericolo di mandare tutto a pallino, facendo realizzare due reti a Toni (finalmente buone notizie per il ct azzurro Donadoni) e facendo sfiorare il pareggio agli avversari.
Alla fine ha vinto e in quei sessanta minuti ha dimostrato quella convinzione che le mancava da tempo immemorabile, la convinzione di chi sa di essere forte, di chi pensa di essere la più forte. Ed ha risposto così alla Roma che, qualche ora prima, aveva battuto il Livorno. Tanto per mettere in chiaro le gerarchie.
È partita invece decisamente col piede sbagliato la Juventus. Per affrontare la serie B, per risalire in A con la penalizzazione che si ritrova (ma che non si sa ancora se è quella definitiva) ci vogliono comunque ben altri attributi. Contro i bianconeri, la squadra più nobile e titolata del calcio italiano, ogni squadra tirerà fuori l’artiglieria pesante. In B è sempre gioco duro, sul piano fisico e su quello psicologico: gli avversari saranno sempre pronti a mordere le caviglie di quelli che, fino a ieri, guardavano e ammiravano con invidia, le tifoserie «nemiche» saranno sempre lì a ricordare le vicende di calciopoli. È dura, durissima: l’importante è che ieri la Juve se ne sia resa conto. Altrimenti il calvario rischia di essere più lungo del previsto.