Il bivio di Teheran

L’attacco statunitense all'Iran, in forma di guerra aerea con lo scopo di distruggerne totalmente i potenziali nucleari e le capacità militari, non è imminente, ma la sua probabilità è cresciuta nelle ultime settimane. Bush darà l'ordine o no? La strategia americana è, e tuttora resta, quella di ottenere una riduzione dell'aggressività di Ahmadinejad, o la sua sostituzione, rendendo credibile alle élite iraniane, divise tra ayatollah falchi e colombe, la minaccia che se ciò non avverrà sarà guerra.
Tale diplomazia della pressione, rinforzata dalla collaborazione dei sauditi (sunniti) preoccupati dal potere crescente dell'Iran sciita, ha convinto Teheran ad accettare negoziati segreti. Ma le condizioni sono cambiate negli ultimi mesi. Ahmadinejad ed i falchi hanno crescenti problemi di consenso a causa dei fallimenti economici e tentano di recuperarlo creando l'immagine di una nazione sotto attacco e attuando provocazioni aggressive. Ma forse è più importante il cambiamento sul lato americano/saudita. L'Irak si è dissolto come entità statale, il governo centrale è del tutto impotente, e gli americani non hanno un'entità locale a cui trasferire il potere. O restano all'infinito oppure un loro disimpegno implica la consegna dell'Irak all'Iran in quanto la maggioranza sociale è sciita.
Finora gli sciiti iracheni hanno difeso la loro indipendenza da Teheran, ma quelli filoiraniani stanno vincendo la guerra civile intrasciita. Tale situazione rende probabile, senza cambiamenti, che Bush finisca il proprio mandato nel 2008 con un doppio fallimento: sconfitta in Irak e grande regalo geopolitico a Teheran. Certamente farà di tutto per evitarlo. Inoltre i sauditi vedono la conquista iraniana dell'Irak come una minaccia diretta e spingono l'America ad inabilitare Teheran, in convergenza con Israele. Per questo l'opzione militare sta prendendo probabilità. L'attacco toglierebbe forza alle milizie irachene filoiraniane facendo prevalere i moderati sciiti. I sauditi calmerebbero l'insorgenza sunnita irachena, come stanno già facendo, e premerebbero per mantenere l'Irak come Stato, a dominanza sciita, ma non filoiraniana, con un potere garantito per la minoranza sunnita, il tutto sotto controllo statunitense, legittimandolo dal lato islamico.
Bush potrebbe dichiarare una duplice vittoria: stabilizzazione dell'Irak ed eliminazione della minaccia nucleare iraniana. Pertanto è comprensibile che sia tentato sempre più dall'opzione militare, anche perché ha solo un anno per ottenere la vittoria. Ma veramente potrebbe considerando che Cina, Russia ed europei sono di traverso? In realtà con la Cina è solo questione di prezzo. Recentemente Bush ha concesso a Putin lo spazio per resuscitare l'orgoglio dei militari russi - voli strategici, annunci neoimperiali senza ritorsione, ecc. - senza il cui sostegno non potrebbe fare le acrobazie costituzionali necessarie per essere rieletto nel 2008 in cambio, probabilmente, di una complicità per l'operazione in Iran. Merkel e Sarkozy terranno l'Europa in posizione filoamericana. Sarà guerra, allora? Non è ancora detto perché queste stesse considerazioni potrebbero far riflettere le élite iraniane e renderle disponibili a mollare senza necessità di bombe. Ma se non mollassero, o preferissero il rischio del confronto per fini interni, allora Bush ordinerebbe l'attacco.
Carlo Pelanda
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