BJÖRK, il folletto islandese che fa infuriare i cinesi

L’artista, paladina del Tibet, è stata bandita da Pechino. Un rock, il suo, elettronico e visionario tutto votato alla libertà dell’uomo

Sette lunghi anni. Tanti ne sono passati dall’ultima esibizione romana di Björk. Oggi sarà alla Cavea dell’Auditorium nell’ambito di «Luglio suona bene». Proporrà naturalmente i brani del nuovo album Volta, caratterizzati da un sound piuttosto energico, vicino a quello degli esordi. Particolare attenzione è stata riservata ai testi e ai temi politici. Earth intruders o Declare indipendence illustrano la posizione dell’artista nei confronti di un’umanità sempre più incline a sfruttare la terra e a plasmarla a proprio piacimento. Durante un recente concerto a Shangai, Björk ha sostenuto l’indipendenza del Tibet, modificando proprio i versi di Declare indipendence. Alcuni fan cinesi non hanno gradito e l’hanno fischiata. Come ulteriore conseguenza, pochi giorni fa è stata diramata una nota ufficiale del ministero della cultura di Pechino, in cui si dice che «ogni gruppo artistico o individuo che si sia impegnato in attività che minacciano la sovranità nazionale non potrà entrare in Cina». In Serbia, invece, un concerto di Björk è stato cancellato per evitare disordini, visto l’interesse della cantante per la causa del Kosovo.
Tornando al disco, alla sua realizzazione hanno collaborato vari musicisti: l’onnipresente Timbaland (mente che si nasconde dietro ai successi di Justin Timberlake, Nelly Furtado e Madonna, ma anche dei Duran Duran), Antony Hegarty (degli Antony & The Johnson) e Konono n.1.
«Ricerco sempre parole che abbiano una qualche energia», spiega Björk a proposito del titolo dato al disco. «Di solito viene da solo, da una rivista o da qualcuno che dice qualcosa. Ho aspettato anni mentre lavoravo a questo album ma il titolo non veniva. Ho trovato la parola "Volta". Non ricordo come mi sia venuta, ma ho scoperto che era sia il nome dello scienziato italiano che ha inventato la pila, sia il nome di un fiume africano costruito dall’uomo, sia di un lago artificiale. Diversi elementi confluiscono in questa parola. Io non voglio nominare niente di specifico, ognuno può pensare da solo cosa significhi. C’è anche una danza medievale che porta questo nome, una danza molto divertente e molto difficile da imparare. Così ho tante cose in una sola parola: una danza, un fiume africano che non scorre più, e la pila».
La formazione che salirà sul palco della Cavea si annuncia originale e davvero anomala: dieci musiciste islandesi agli ottoni, due ragazzi ai computer e altre diavolerie elettroniche, un batterista e un tastierista. In apertura di concerto ci sarà un dj-set di Ricardo Villalobos.