Blair, al via la «missione impossibile» e Hezbollah fa già da terzo incomodo

Oggi a Ramallah l’incontro con il premier e il presidente palestinese

Tony Blair l’ha già detto durante la prima riunione del Quartetto diplomatico davanti ai rappresentanti di Unione Europea, Stati Uniti, Russia e Nazioni Unite. «Mi considero un inguaribile ottimista». C’è da credergli. Se non lo fosse non avrebbe accettato l’incarico d’inviato di pace in una regione capace di divorare negli ultimi 60 anni ogni tentativo diplomatico di pacificazione.
Le prime scene della nuova «missione impossibile», come viene definito l’incarico conferito all’ex premier britannico dai rappresentanti del Quartetto, prendono il via con l’incontro ad Amman del ministro degli Esteri giordano Abdelelah Al-Khatib seguito dai colloqui di Gerusalemme con il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni.
A suonare la sigla di «missione impossibile» ci pensa, nel frattempo, il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah ricordando in un’intervista ad Al Jazeera che la sua organizzazione è in grado di colpire ogni angolo dei territori israeliani. «Già a luglio e agosto dello scorso anno non c’era posto della Palestina occupata, da Tel Aviv in su, al di fuori dalla portata dei missili della resistenza, oggi statene certi – declama Nasrallah - siamo ancora in grado di colpire gli stessi luoghi». Quelle parole in teoria hanno poco a che fare con la missione di Tony Blair rivolta, prima di tutto, a trovare un’intesa tra palestinesi e israeliani, ma un nuovo conflitto in Libano renderebbe, ovviamente, ancor più esili le sue speranze di successo del nuovo inviato.
Mentre Nasrallah gioca al terzo incomodo, Tony Blair si concentra sul primo obbiettivo chiestogli dal Quartetto diplomatico. Per soddisfarlo l’inviato dovrà presentare entro settembre un piano per mettere in piedi le istituzioni indispensabili alla nascita del nuovo Stato palestinese. Dopo aver ascoltato il punto di vista della signora Livni l’inviato incontrerà oggi a Ramallah il premier palestinese Salam Fayyad e il presidente Mahmoud Abbas, per poi tornare a Gerusalemme e ascoltare il punto di vista del premier israeliano Ehud Olmert. Durante quei colloqui Blair si limiterà ad ascoltare senza fornire consigli e indicazioni. Reciterà insomma la parte del novizio alle prese con l’ingarbugliata trama mediorientale. «Questa – spiegano i suoi portavoce - è soltanto una visita preliminare per conoscere le considerazioni dei più importanti esponenti israeliani e palestinesi sulle questioni che riguardano il suo mandato, in seguito Blair incontrerà anche un certo numero di leader arabi per capire come procedere su una linea comune».
A Gaza i leader di Hamas, sempre più preoccupati per il proprio isolamento, sembrano voler archiviare le dure critiche con cui hanno accolto lo scorso giugno l’incarico a Tony Blair e lanciano segnali distensivi facendo sapere di esser pronti a incontrarlo in ogni momento. «Non diciamo no a nessuno, neppure a Tony Blair, e siamo pronti a intrattenere rapporti con chiunque non rappresenti l’occupante», spiega il portavoce Sami Abu Zuhri. Il problema vero è se Tony Blair abbia intenzione d’incontrare i rappresentanti dell’organizzazione fondamentalista rendendo più difficili i rapporti non solo con Israele e il presidente palestinese Mahmoud Abbas, ma anche e soprattutto con gli Stati Uniti.