Blair il modernizzatore piace al Parlamento Ue

Il Regno Unito disposto a rinegoziare lo sconto sui contributi. «Ma non fermiamo l’allargamento»

Alessandro M. Caprettini

nostro inviato a Bruxelles

Abile.Molto abile il Tony Blair che si presenta all'Europarlamento indossando i panni di chi vuol dare una scossa all'Unione per permetterle di tornare a sognare un futuro importante dopo un mese di coma profondo. Incassa applausi - anche se solo sulla fiducia - e rintuzza i malumori che pure erano germogliati nei giorni scorsi contro «il signor no» con cui l'avevano identificato Juncker, Chirac e Schröder.
Smonta pezzo a pezzo, in una sola mezz'oretta, pregiudizi e vecchie politiche. Il suo è un inno a un nuovo europeismo e, naturalmente, a un sostanziale cambio di marcia. Anzi, per prevenire ogni possibile contestazione dice subito senza peli sulla lingua di non avere mai pensato a porre l'aut aut tra il grande supermarket continentale e la scelta politica. «Questa è una errata interpretazione, anzi è una intimidazione per chi vuole davvero cambiare lo stato delle cose. Ma secondo voi - aggiunge guardando l'aula che almeno ieri era stracolma - voler dibattere il da farsi è davvero antieuropeo?»
Non si lascia ingabbiare Blair da quelle che definisce «predisposizioni caricaturali». Ci tiene a ricordare il suo impegno europeista espresso fin dal '75 quando il Regno Unito si trovò a decidere se uscire o meno da quello che era solo un semplice mercato comune. «Io credo in un progetto politico europeo» rincara. E a questo punto snocciola una lunga serie di riforme che lui ha fatto adottare alla Gran Bretagna e che l'hanno rimessa in carreggiata sul piano economico, ma che in Europa non si vogliono prendere in considerazione perché ancorati a vecchi schemi. Chiede polemicamente se è essere contro l'Europa sociale, ridurre - come ha fatto - la disoccupazione, varare un salario minimo garantito, finanziare pesantemente l'istruzione e la sanità. Fa notare, con un pizzico di malignità, che la Ue ha 20 milioni di disoccupati, solo due università tra le top 20, tassi di produttività molto più bassi di Usa, India, Cina che spendono per la ricerca 3 volte tanto il vecchio continente.
Di più. Espone in poche, succinte parole, quello che dovrebbe essere il suo programma per il semestre: ricerca di un accordo per il budget - dicendosi disposto a rinunciare al famoso «sconto inglese» come mai nessun premier britannico aveva neanche ipotizzato, in cambio dell'avvio di una revisione delle spese di politica agricola - nuova direttiva rispetto a quella contestatissima sui servizi e apertura delle trattative per l'ingresso di turchi e croati.
Sembrano poche cose, in realtà già sarebbe impresa ciclopica trovare spiragli per la firma sul budget. Ma Blair pare convinto di farcela. Dice che i problemi sono politici, non tecnici. Pensa di poter trovare alleati lungo la strada e rileva come l'obiettivo numero uno sia quello di individuare una nuova leadership capace di rompere col passato. E garantire un nuovo modello, a cominciare dalla spesa. Qui Blair lascia qualche spazio in bianco, in realtà. Preferisce evitare di dire se resterà ancorato alla lettera in cui 6 paesi chiedevano una diminuzione dei contributi alla presidenza lussemburghese o se rivedrà la sua posizione. Qualcosa di quelle che sono però le sue intenzioni in economia lo rivela facendo cenno al rapporto Sapir (André Sapir, economista belga) che due anni fa scandalizzò Bruxelles chiarendo che, per una ripresa, occorreva rinazionalizzare l'agricoltura (basta con la Pac) e rendere meno rigido il patto di stabilità. Allora il progetto fu rimesso al più presto nei cassetti. Oggi Blair lo recupera, garantendo che è l'unica via alla concorrenzialità in una globalizzazione crescente.
Si pensava che in parecchi l'avrebbero contestato. E qualcuno l'ha fatto. Ma le grandi famiglie politiche sostanzialmente gli hanno dato il via libera a condizione che «alle parole seguano i fatti». Poettering (popolare) gli ha chiesto una rinuncia ai patti tra grandi stati in nome dell'eguaglianza dei 25. Schultz (socialista) lo ha avvertito che a questo punto deve guidare il gruppo e che la tappa di montagna non è delle più facili. Critici i neocomunisti, aperturisti tanto i liberal-democratici che la Uen. Mentre per i verdi Cohn-Bendit gli ha indirizzato un ironico «benvenuto in Europa», cui ha fatto seguire un «lei dice che ci vuole un leader? Lo faccia». Ma, almeno stando a quel che si è visto ieri, è proprio quello che Blair si propone giusto di interpretare. E magari non solo per sei mesi, visto che si era già parlato di lui come di un possibile candidato alla presidenza della Ue, una volta varata la riforma che avrebbe concesso due anni e mezzo di guida rinnovabili per un altro biennio.