Blair perde la maggioranza in Scozia

da Londra

«La disfatta che tutti prevedevano non c’è stata e questo è un buon trampolino di lancio per una vittoria alla prossime elezioni». Parla troppo presto il premier britannico Tony Blair, forse sollevato dai risultati del voto nelle 312 amministrazioni locali inglesi, contemporaneo alle elezioni in Scozia e in Galles. Spiega che in fondo sì, il Labour ha perso un po’ dappertutto, ma la grande batosta è stata evitata.
Ma soltanto un’ora dopo le sue dichiarazioni ottimistiche arriva la vera notizia. Alle 17.30 ora locale, il partito nazionalista scozzese, con un solo seggio di differenza (47 contro 46), scippa lo scettro del potere ai laburisti. L’ascesa dello Scottish National Party è inarrestabile. Venti seggi conquistati, mentre tutti gli altri partiti perdono qualcosa. Un testa a testa da brivido quello tra indipendentisti e laburisti, ma forse il primo ministro avrebbe dovuto cominciare a preoccuparsi già a metà del pomeriggio di ieri, quando il leader dell’Snp, favorevole all’indipendenza della Scozia, è stato eletto deputato nel Parlamento di Edimburgo con 2.062 voti in più rispetto al suo avversario liberaldemocratico nella circoscrizione di Gordon, a nord di Aberdeen. Il premier laburista uscente, Jack McConnell, era stato rieletto a Motherwell e Wishaw, nei pressi di Glasgow, ma questi risultati non sono stati sufficienti a impedire la vittoria dei nazionalisti.
Parlando in pubblico, Salmond ha sottolineato come questa sia «la maggiore sconfitta del Labour dal 1922 ai giorni nostri», e ha annunciato una serie di importanti cambiamenti per il futuro, a partire dalla proposta di riforma delle tasse che prevede l’abolizione dell’inglese council tax con una nuova tassazione locale.
Ma non è solo questa ipotesi a preoccupare il partito laburista quanto l’idea di Salmond di portare i suoi connazionali, entro il 2010, a un voto referendario sull’indipendenza della Scozia. Gordon Brown, in pole position nella successione a primo ministro, anche lui scozzese, non vede di buon occhio le manie secessioniste di Salmond e compagnia, e durante la campagna elettorale ha più volte denunciato il rischio di una balcanizzazione della Gran Bretagna se l’Snp avesse vinto. «Il partito nazionalista scozzese provocherà soltanto caos e instabilità», aveva aggiunto lo stesso Blair. Ma a quanto pare gli scozzesi la pensano diversamente, e i laburisti lo sanno da un pezzo. Secondo l’ultimo sondaggio effettuato dall’Icm per The Guardian il 38% degli intervistati è favorevole all’indipendenza, contro il 55% dei contrari. Una minoranza significativa, che certamente non può essere sottovalutata.
«Oggi il Labour ha perso l’autorità morale per governare questo Paese - ha dichiarato ieri Salmond, promettendo una piena inchiesta giudiziaria sulle migliaia di schede nulle che hanno alterato il voto -, la Scozia ha cambiato per sempre e in meglio. Potranno anche esserci altri premier laburisti in futuro, ma il Labour non potrà mai più pensare di avere il diritto divino di governarci».
E mentre gli uomini di Blair contestano già queste elezioni come le più controverse della storia scozzese, il leader dei liberaldemocratici, sir Menzies Campbell, ha escluso di poter formare una coalizione con lo Scottish National Party in previsione del referendum. «Siamo assolutamente contrari all’indipendenza - ha spiegato Campbell - e non intendiamo cambiare idea».
In Galles la débâcle dei laburisti ha fatto meno danni, e il partito di Blair è rimasto il primo nell’Assemblea generale, ma i seggi mantenuti non gli garantiscono la maggioranza richiesta. Nemmeno i risultati ottenuti nel rinnovo di 312 amministrazioni locali inglesi confortano Blair. A scrutinio ancora in corso, le proiezioni della Bbc davano i conservatori in testa con il 40% seguiti a lunga distanza da laburisti (27%) e liberaldemocratici (26%). Dati che hanno fatto esultare il nuovo leader dei Tories, David Cameron, ormai sempre più convinto di poter vincere le prossime politiche.