Blatter, il pallonaro laico che bandisce la fede dal gol

Joseph Blatter, il mammasantissima del calcio mondiale, il numero uno della Fifa, quello - tanto per intenderci - che rifiutò di premiare di persona la nazionale di Lippi dopo il successo ai Mondiali, e anzi dichiarò che gli azzurri non meritavano quella vittoria, dato che si erano qualificati grazie a un rigore dubbio contro l’Australia - Joseph Blatter, dicevo, sull’onda della laicizzazione che sta investendo ogni settore della vita pubblica mondiale (nelle scuole, nei tribunali, negli ospedali, nei seggi elettorali e persino nei cimiteri vengono rimossi crocifissi; dai grandi magazzini spariscono i presepi, eccetera) ha pensato di portare il suo contributo alla causa.
Ha pensato-deciso (se no, che mammasantissima sarebbe?) di vietare l’esposizione di sottomagliette con scritte, immagini o simboli cristiani da parte dei calciatori durante l’esultanza per un gol o per la vittoria della propria squadra.
Il portavoce di Blatter ha spiegato che la direttiva non è da considerarsi «punitiva» nei confronti della religione cattolica, ma «distensiva» verso gli spettatori di altre confessioni, per esempio musulmani, indù, buddisti, sikh, ebrei, spiritisti, confuciani, scintoisti, taoisti, zoroastriani (occupano un angolino dello stadio) e soprattutto gli atei. Per chi infrangerà la regola, per chi si comporterà, ad esempio, come Adriano, che si tolse la divisa facendo apparire sulla sottomaglia un passo della lettera di San Paolo ai Filippesi, è previsto il cartellino rosso, e la penalizzazione in classifica della squadra di appartenenza (Dio non voglia che sia punito il Napoli: è già un miracolo che faccia un punto in campo...).
Penso a quanti calciatori nel mondo, prima durante e dopo la partita, si fanno il segno della croce (uno dei primi fu Jairzinho, dopo aver fatto gol all’Italia, durante Messico ’70); penso ai giocatori del Sao Caetano, campione del Brasile, che prima di ogni partita regalano la Bibbia agli avversari; penso alla nazionale brasiliana del 2002, che in ginocchio a metà campo ringraziò Dio per la vittoria al mondiale; penso ad Abel Balbo, che prima del calcio d’inizio pregava, all’argentino Chamot, ai brasiliani Lucio, Jorginho, Taffarel, che sul campo non facevano mistero della loro fede cristiana; penso a tutti quegli stadi dedicati a chi è stato canonizzato: San Paolo (Napoli), Sant’Elia (Cagliari), San Nicola (Bari), Sant’Andrea (Birmingham) ecc.; penso alla sigla della Champions, adattamento di «Zadok the Priest» (Zadok il Prete) di Haendel; penso al simbolo del Preston: l’Agnello con aureola, sul quale poggia una croce.
Dovranno tutti cambiare stile, nomi e connotati?
Se «la mano di Dio», quella vera di Dio, non di Maradona, si rovescia su Blatter, ho paura che di lui non rimanga più niente, nemmeno il pomo d’Adamo.
mardorta@libero.it