Blefari Melazzi, la staffetta che seguì Marco Biagi

Trentasei anni all’epoca dell’omicidio
Biagi, romana, commessa in due edicole, incensurata. Proviene da
una famiglia nobile dell’alto Ionio Cosentino. Era la proprietaria del "covo" delle
Brigate rosse, scoperto il 20 dicembre 2003, in cui vennero
rinvenuti cento chili di esplosivo

Roma - Diana Blefari Melazzi era stata catturata il 22 dicembre 2003 in una villetta sul litorale nord di Roma tra Santa Severa e Santa Marinella e condannata in via definitiva all’ergastolo appena 6 giorni fa: il 27 ottobre 2009 infatti, la prima sezione della Cassazione aveva confermato la sentenza della corte d’Appello di Bologna.

L'omicidio Biagi Trentasei anni all’epoca dell’omicidio Biagi, romana, commessa in due edicole, incensurata. Proviene da una famiglia nobile dell’alto Ionio Cosentino. Il suo nome risulta legato agli ambienti antagonisti della capitale, gli stessi frequentati da Mario Galesi e da altri componenti del commando che il 19 marzo 2002 uccise a Bologna Marco Biagi. Fu lei l’intestataria della cantina al numero 3 di via Montecuccoli, nel quartiere Prenestino, a Roma, il "covo" delle Brigate rosse, scoperto il 20 dicembre 2003, in cui vennero rinvenuti cento chili di esplosivo e materiale di archivio delle Br, tra cui il documento di rivendicazione dell’omicidio Biagi. Nel suo appartamento è invece stato rinvenuto un documento - lo stesso ritrovato in casa di Marco Mezzasalma - riguardante la "ritirata strategica" delle Br, ossia la strategia da adottare in seguito all’arresto di Nadia Lioce e alla morte di Mario Galesi ("Impostazione del riadeguamento politico-organizzativo alle nuove condizioni dell’O."), in cui è presente anche un esplicito "bilancio dell’azione Biagi".

Il ruolo nell'esecuzione Dalla testimonianza di Cinzia Banelli (la "pentita" principale accusatrice delle nuove Br) Diana Blefari Melazzi aveva avuto, nel gruppo di fuoco che il 19 marzo 2002 uccise a Bologna Marco Biagi, il ruolo di "staffetta": lei seguì più volte il professore all’università di Modena e nel tragitto fra la stazione di Bologna e la sua casa e lei, soprattutto, lo seguì in bicicletta la sera in cui fu ucciso. Poi, dopo l’arresto di Nadia Lioce e del resto del commando, risulta che era stata Diana Blefari ad affittare la ’base operativà romana, "centrale operativa" del gruppo. Infine, in tribunale, Blefari lesse una dichiarazione di conferma della propria militanza nelle Br, con la quale pose fine a ogni possibilità di tirarla fuori dalla vicenda.