«Per blindare le Olimpiadi raffica di arresti a tempo»

Parla Lee Cheuk-yan, reduce di Tienanmen: «Durante i Giochi la Cina si chiuderà ancora di più»

L'ultimo pretesto per usare il pugno di ferro contro Lhasa lo ha dato il calendario. Il 6 luglio scorso, settantatreesimo compleanno del Dalai Lama, la Polizia cinese ha prelevato più di mille monaci dai monasteri più importanti del Tibet e li ha trasferiti nelle prigioni di Golmud, una località della provincia confinante del Qinghai.
I monaci arrestati sono soprattutto giovani di etnia tibetana ma provenienti da altre regioni che hanno deciso di ritirarsi nei monasteri di Sera, Drepung e Ganden, i più importanti e quelli maggiormente presi di mira dal governo cinese. Il pretesto sfruttato dalla polizia è quello di «regolarizzare» la presenza dei monaci limitandola soltanto a quelli ufficialmente residenti in Tibet, sfruttando una legge del 1994 che stabilisce le dimensioni dei monasteri e il numero di religiosi che possono ospitare.
L'operazione di polizia rientra tra le misure di sicurezza volute da Pechino per il tranquillo svolgimento delle Olimpiadi: «Ai monaci è stato detto che dopo i Giochi potranno lasciare le loro celle - ha rivelato il fratello di uno degli arrestati -. Potranno andare perché non sono colpevoli di alcun crimine, ma, al tempo stesso, gli è stato anche proibito di tornare nei monasteri».
Dopo le Olimpiadi, quindi, tutti a casa: nessuno di loro potrà tornare alla vita religiosa attiva. Le autorità provinciali hanno inoltre intimato a tutti i cittadini tibetani che vivono nella città senza un regolare certificato di residenza di tornare nei villaggi di provenienza. A poco meno di un mese dai Giochi, Lhasa è una città blindata: basta un taglio di capelli, un vestito tradizionale o persino la particolare dentatura tipica delle province vicine per riconoscere i non residenti. Gli abitanti stessi preferiscono non camminare per strada con gli abiti tradizionali per evitare di essere fermati dalla polizia: molti hanno deciso di farsi crescere i capelli per non assomigliare ai monaci.
Proprio ieri è giunta la notizia dell'espulsione dalla Cina di un'attivista per l'indipendenza del Tibet, Denchen Kando Pemba. Cittadina britannica di origini tibetane, secondo il ministero degli Esteri cinese «ha violato la legge ed è stata per questo motivo espulsa martedì». La donna apparteneva al Tibetan Youth Congress, un'organizzazione indipendentista, e lavorava a Pechino come insegnante di inglese part-time. Sorpresa mentre usciva di casa, sarebbe stata scortata all'aeroporto dalle forze dell’ordine «senza neppure il tempo di fare le valigie».