Blindato più forte della bomba: «Santo Lince» salva i parà italiani

La valle di Zeerko, Afghanistan occidentale, distretto di Shindand. Un’area dove conviene muoversi con tutti i sensi all’erta, perché è laggiù, nel più famigerato triangolo della zona di Herat, quella assegnata al nostro contingente, che i talebani in genere ci aspettano. L’altra notte, in un intervallo fra il passaggio delle nostre pattuglie di ricognizione, una squadriglia di «insorti» ha scavato rapidamente la solita buca ai margini della strada, ci ha collocato la sua mina anticarro, ha ricoperto il tutto e si è messa ad aspettare il Lince delle 7.00.
Alle 7.06 (il Lince non è sempre puntualissimo) l’esplosione. Ma i quattro soldati della Folgore che erano a bordo sono usciti sostanzialmente illesi. Frastornati, contusi, ma illesi, mentre il blindato - quello che i soldati chiamano santo Lince, proprio perché la sua corazza ha già salvato la vita a tanti nostri ragazzi - ha riportato qualche vistosa ammaccatura. «I militari ora stanno benissimo - dice da Herat a metà mattina Marco Mele, portavoce del nostro contingente da Herat -. Ciascuno di essi ha già contattato i propri familiari e ha già fatto colazione», dopo un giro di rito all’ospedale, s’intende. I quattro parà, tutti appartenenti al 183° reggimento, sono Luca Telesca, Francesco Catania, Vincenzo Crispo e Francesco Munafò, tutti col grado di caporalmaggiore.
Sul luogo dell’esplosione sono intervenuti gli artificieri del Regional Command West di Herat comandato dal generale Alessandro Veltri. Due le ipotesi: o la solita mina, esplosa in seguito alla pressione esercitata dal mezzo, o uno di quegli ordigni improvvisati (Ied, in gergo) azionato a distanza con un segnale elettrico.
Ma non è questo che conta. Ciò che conta è lo stato di tensione continua, di guerra a bassa intensità in cui noi, e le forze del contingente, insieme con i «regolari» dell’esercito afghano siamo coinvolti. Una tensione che il nuovo mandato conferito al presidente Karzai sembra avere innalzato, al punto da consigliare l’Onu a più che dimezzare il personale presente sul territorio, da 1.300 persone a 400. Non è un bel segnale. Altre volte, in passato (in Bosnia come in Kosovo, o in Libano) la «fuga» del personale Onu ha sempre anticipato - come il canto dei canarini le fughe di grisù, nelle miniere di carbone - un incrudelire delle operazioni belliche. Se ne vanno i funzionari dell’Onu la cui presenza non è «strettamente indispensabile», ma anche l’appoggio delle forze Nato non è più incondizionato. Lo ha ricordato il segretario generale Anders Fogh Rasmussen, aggiungendo che «siamo in Afghanistan innanzi tutto e prima di tutto per la nostra sicurezza. Se lo abbandonassimo, il Paese tornerebbe a essere un santuario per i terroristi». Detto questo, bisogna però che la comunità internazionale - sono sempre parole di Rasmussen- «sappia con chi tratterà a Kabul, ora che la fase elettorale si è conclusa».
Che vuol dire Rasmussen? Vuol dire che bisognerà assicurarsi che il nuovo governo presieduto da Hamid Karzai «sia un governo forte, credibile. Un governo che sappia garantire al popolo afghano i servizi di base». Ecco: è sulla credibilità di un governo guidato dal corrotto Karzai, rieletto grazie a una cospicua messe di schede truccate, che bisognerà intendersi. «La nostra missione richiede pazienza - ha risposto Rasmussen a chi gli faceva notare la contraddizione in termini -. In Afghanistan resteremo impegnati fino a quando sarà necessario, ma evidentemente non per sempre». Più esplicito è stato il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, in cui ha chiamato Karzai col nome che gli spetta: «Un corrotto». Aggiungendo però: «È il nostro uomo, e dobbiamo legittimarlo».