Blitz contro la criminalità, 13 arresti a Pioltello

In casa degli stranieri trovati centinaia di occhiali

Paola Fucilieri

Una situazione problematica in un quartiere-dormitorio dell’hinterland milanese. Dove l’emergenza criminalità, paradossalmente, può definirsi stabile da parecchio tempo perché è più inevitabile di una maledizione divina, visti i numerosi extracomunitari clandestini che lo popolano. Uomini e donne e che vanno e vengono a più riprese, portandosi dietro (nel migliore dei casi) identità false. Senza contare gli annessi e i connessi.
I carabinieri del Reparto territoriale di Monza sapevano benissimo, quindi che, monitorando per un po’ la situazione, gli arresti sarebbero fioccati in breve nel noto quartiere «Satellite» di Pioltello. Da sempre, infatti, l’agglomerato di 55 edifici che ospita fino a 8mila persone (di cui la maggioranza stranieri) dove vivono persone di oltre 30 etnie diverse, è noto per la sua pessima fama di ricettacolo di clandestini malavitosi. Scontato, perciò, il successo dell’operazione «Pioltello sicura».
Non per questo non ci leviamo il cappello davanti ai militari dell’Arma che, venerdì scorso, hanno arrestato da quelle parti - con l’accusa di ricettazione - otto extracomunitari irregolari, tutti sudamericani, di cui cinque uomini e tre donne. Rintracciati in uno dei tanti appartamenti dell’alveare, precisamente in via Cimarosa, gli stranieri avevano in loro possesso 250 occhiali del valore di circa 7mila euro e 17 «Mediaset Premium», le schede che servono per connettersi con i programmi trasmessi sulla televisione digitale terrestre, per un valore totale di circa mille euro. Inoltre, alcuni giorni prima, i carabinieri avevano già fermato tre clandestini, una prostituta rumena, un marocchino pluripregiudicato, un ucraino e due italiani, arrestati per aver rapinato una farmacia a Vignate.
Che Pioltello fosse un paese, per molti aspetti, «segnato» da questo quartiere, il «Satellite» appunto, era una certezza materializzatasi, purtroppo in tutta la sua drammaticità, già nella notte tra il 22 e il 23 marzo 1999. Quando una banda di cinque albanesi - che tra un cappuccio, una brioche, l’aperitivo e l’oliva avevano progettato la rapina al loro barista convinti che l’uomo tenesse a casa, a due passi dal quel suo bar decisamente malfrequentato, una cassaforte - finirono, nell’ansia di mettere a segno il colpo, per ammazzare il poveretto. La cassaforte del barista, infatti, era in realtà come l’isola di Peter Pan, quella che non c’è; la loro vittima - Salvatore Cordovana, 57 anni, originario della Sicilia che, con la moglie Lijubica A., 60enne, natia della ex Jugoslavia e conosciuta trent’anni prima proprio lì a Pioltello - mandava avanti la modestissima attività, conducendo un’esistenza priva di sprechi e, tanto meno, di casseforti. Cordovana finì per morire lì, in quel localaccio di via Bellini, per una crisi d’asma, soffocato dal nastro adesivo che i rapinatori gli avevano appiccicato sulla bocca per immobilizzarlo mentre tentavano di farsi consegnare le chiavi di casa sua dalla moglie. I suoi assassini - nonostante gli interrogatori in massa di albanesi, prelevati al «Satellite» nei giorni successivi - non furono mai arrestati.