Il blitz del Garante: Telecom deve separare la rete fissa dai servizi

Da Calabrò (Authority Tlc) un assist a chi non vuole la soluzione americana: «Oggi è limitata la libera concorrenza»

Roma - Doveva essere solo una tranquilla audizione sui disservizi nel settore della telefonia fissa. Ma ieri l’intervento del presidente dell’Authority Tlc, Corrado Calabrò, alla commissione Trasporti della Camera si è trasformata in una sorta di processo nei confronti di Telecom Italia. L’imputato era contumace.
L’«enorme problema», il peccato originale è la separazione della rete. Sotto lo stesso tetto del gruppo che fa capo a Tronchetti Provera convivono tanto le infrastrutture di rete fissa quanto le attività commerciali riguardanti i servizi e questo stato di cose, secondo l’Autorità, non consente alla libera concorrenza di esplicarsi appieno. «Se cambia il clima - ha detto Calabrò - chiederemo al governo poteri più incisivi. Certo, se ci fosse l’intesa, sarebbe meglio. È necessario però che Telecom sia d’accordo».
Le affermazioni dell’ex presidente del Tar del Lazio appaiono un assist (involontario) a quegli ambienti del governo e della maggioranza che spingono per mettere sotto le ali protettrici dello Stato la rete fissa. Ma il discorso dell’Authority ha origini più antiche del piano Rovati anche se proprio in seguito alle elucubrazioni dell’ex consigliere prodiano l’attività in questo campo si è accelerata. Il documento programmatico sulla governance delle reti dovrebbe essere approntato entro la fine di aprile. Le consultazioni con gli operatori sull’argomento dovrebbero concludersi in estate e per fine 2007 si dovrebbe giungere alla separazione gestionale della rete Telecom.
Il modello «più vantaggioso per tutti» è quello inglese: l’esempio da seguire è British Telecom che ha scorporato la rete Openreach. Nel sollecitare questa opzione Calabrò si è distanziato dalle tesi sostenute da alcuni ambienti governativi, ossia favorire l’intervento pubblico tramite la Cassa depositi e prestiti o il Fondo F2i. «Lo spin off - spiega al Giornale il commissario dell’Authority Enzo Savarese - non è necessario e poi la rete è di Telecom e non si può espropriare. O si fa una legge con la quale la si statalizza e non mi sembra il caso, oppure si fa un’offerta che convinca gli azionisti attraverso la Cdp ma si potrebbe configurare come un aiuto di Stato».
L’esempio britannico, inoltre, è basato su una forte presenza dell’Autorità per le comunicazioni che «dispone di una notevole autonomia e ha poteri antitrust». Insomma, il ruolo di garante a tutto campo, se prevalesse questa soluzione, sarebbe esercitato da Calabrò e non dal governo. Se Telecom Italia accettasse, potrebbe avere più libertà d’azione nel predisporre offerte commerciali per la clientela retail. L’avvento di At&t e di América Móvil come nuovi controllanti? «Abbiamo presente la situazione in astratto, quando il problema si presenterà lo affronteremo», ha tagliato corto il Garante.
La critiche al gruppo di Tronchetti, però, non si sono limitate al solo aspetto operativo, ama anche a quello di gestione della finanza. «Dovrebbe avere il coraggio per qualche anno di non dare dividendi e di fare investimenti sulla rete», ha rilanciato Calabrò aggiungendo che «con Guido Rossi c’era sintonia su questo tema ma poca disponibilità di mezzi». La tirata d’orecchie riguarda l’ampliamento della rete in fibra ottica. «È vero - ha aggiunto - che è costoso installarla, ma quella in rame è vicina alla saturazione e se vogliamo davvero la banda larga non se ne può fare a meno». Gli investimenti per realizzare i network di nuova generazione, che comprendono anche le reti senza fili, sono stimati in 7-10 miliardi di euro. Certo, in Europa nessun operatore ha investito come Telecom. Ma per Calabrò «i risultati non ci sono». E devono pagare gli azionisti.