Blitz nello Yemen: ucciso dai droni Cia l’erede di Osama

Missili Hellfire (fuoco dell’inferno) lanciati da due aerei senza pilota americani Predator hanno posto fine ieri mattina alla vita di Anwar al-Awlaki, il leader di Al Qaida nello Yemen che secondo molti osservatori era a livello operativo il vero erede di Osama bin Laden, ucciso lo scorso 2 maggio in Pakistan da un blitz dei corpi speciali Usa.
Al-Awlaki, che era uno dei principali ricercati dalla Cia nel mondo, viaggiava in un convoglio di auto in una zona remota del nord dello Yemen. Era già scampato fortunosamente a due tentativi simili di eliminarlo negli scorsi mesi, e quando in luglio il nuovo segretario alla Difesa Leon Panetta arrivò al Pentagono mise in chiaro di avere due obiettivi principali: l’uccisione del successore ufficiale di Bin Laden Ayman al-Zawahiri e quella di al-Awlaki. Il presidente Barack Obama ha detto che un duro colpo è stato inflitto ad Al Qaida, per i cui capi «non esistono rifugi sicuri».
La vittima del blitz di ieri era di origini yemenite ma aveva anche passaporto americano, essendo nato nello Stato del New Mexico nel 1971. Nell’aprile 2010 era diventato il primo cittadino degli Stati Uniti che la Cia fosse stata autorizzata a catturare o uccidere: per questo era stato necessario un apposito via libera dalla Casa Bianca. Con Anwar al-Awlaki ieri è stato in realtà ucciso un altro cittadino americano, quel Samir Khan che fra le altre cose dirigeva Inspire, l’inquietante rivista che Al Qaida pubblicava su internet e dalla quale lo stesso al-Awlaki predicava la necessità strategica di portare la guerra santa sul territorio americano, privilegiando le stragi di civili inermi.
Al-Awlaki era un imam, ossia un religioso islamico, considerato molto carismatico, in grado di trascinare l’uditorio dei suoi sermoni. Laureato in ingegneria alla Colorado State University, era una sorta di messaggero di Al Qaida in lingua inglese e si impegnava a diffondere le linee-guida del gruppo terroristico con scambi di e-mail, oltre che tramite blog e social network. Tramite e-mail aveva ispirato le sciagurate azioni di Nidal Malik Hasan, il maggiore dell’esercito americano che nel novembre 2009 uccise 13 militari in una sparatoria nella base texana di Fort Hood, di Umar Faruk Abdulmutallab, il terrorista suicida nigeriano che tentò invano di farsi esplodere sul volo Amsterdam-Detroit nel dicembre 2009, e di Faisal Shahzad, che nel maggio 2010 tentò di far esplodere un fuoristrada pieno di tritolo nella centrale Times Square a New York. Il capo di Al Qaida nello Yemen avrebbe anche avuto un ruolo diretto nell’invio di pacchi-bomba a diverse sinagoghe di Chicago, intercettati in Europa e a Dubai nell’ottobre 2010.
L’Awlaki ispiratore dei peggiori atti del terrorismo islamico degli ultimi tempi era apparentemente diverso da quello che, all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti si propose come «un ponte tra l’america e un miliardo di musulmani nel mondo», affermando di «voler costruire e non distruggere». Circolano due ipotesi sul perché nel giro di pochi anni al-Awlaki si fosse trasformato in un acceso propagandista della jihad. Secondo la prima, l’imam reagì negativamente agli attacchi Usa in Afghanistan e in Irak, ma per la seconda egli era già un agente segreto di Al Qaida negli Usa ben prima dell’11 settembre.