Il «blocca processi»? L’ha inventato Prodi

Lo scandaloso, vergognoso, ignominioso decreto salva-processi approvato martedì dal Senato ha tre padri nobili, anzi nobilissimi, che si chiamano Oscar Luigi Scalfaro, Romano Prodi, Massimo D'Alema. Quello che la sinistra ora contesta al governo Berlusconi come un attentato alla democrazia, l'aveva messo nero su bianco dieci anni fa: nell'inverno del 1998 aveva introdotto una norma per accelerare certi procedimenti a scapito di altri. Un anno dopo l'aveva confermata, correggendola in parte, con un secondo decreto. Il Consiglio superiore della magistratura, che oggi si strappa le vesti parlando di incostituzionalità, prese atto e accettò con circolari e risoluzioni. L'allora presidente della Repubblica avallò l'operazione con tutto il suo peso istituzionale.
Ma Scalfaro in questi giorni, mentre non perde occasione per invitare il premier a presentarsi ai giudici e superare il «complesso dell'imputato» evitando di predisporre «leggi studiate per controllare l'ordine giudiziario», sembra essersi scordato di aver posto la sua firma sotto quelle disposizioni. La norma del 19 febbraio 1998 è contenuta nel lunghissimo (247 articoli più tabelle, allegati e note) decreto legislativo numero 51 che istituiva il giudice unico di primo grado. Premier era Prodi e guardasigilli Giovanni Maria Flick ora vicepresidente della Corte costituzionale.
Il testo, emanato da Scalfaro, prevedeva all'articolo 227 di accelerare i processi pendenti in base alla «gravità», alla «concreta offensività del reato», al «pregiudizio che può derivare dal ritardo per la formazione della prova e per l'accertamento dei fatti», all'«interesse della persona offesa». Il secondo comma obbligava gli uffici giudiziari a comunicare «tempestivamente» al Csm «i criteri di priorità ai quali si atterranno per la trattazione dei procedimenti e per la fissazione delle udienze». Una formulazione totalmente generica e discrezionale, che lasciava libertà assoluta ai magistrati (la procura decide, il Csm prende atto), mentre il testo varato l'altro giorno fissa criteri precisi. «Con la norma del ’98 è stata consentita la trattazione dei procedimenti a discrezionale apprezzamento del magistrato - rileva Antonio Albano, ex procuratore generale onorario presso la Corte di cassazione -. Per gli altri il destino era assicurato: finire in un oscuro sottoscala all'interno di un ufficio giudiziario, in attesa dell'arrivo liberatorio della prescrizione. È stata cosi introdotta un’illegittima archiviazione, mascherata con buona pace del declamato principio della obbligatorietà dell'azione penale».
Un anno dopo, il 24 maggio 1999, il governo varò il decreto legge 145 che modificava in parte la riforma Flick. Erano cambiati i protagonisti (premier Massimo D'Alema, ministro della Giustizia Oliviero Diliberto e da undici giorni il capo dello Stato era Carlo Azeglio Ciampi), ma l'articolo 227 non fu modificato: quindi la corsia preferenziale salva-processi restava in vigore. Per due volte, quindi, i governi di centrosinistra fecero valere il principio. Accettato senza batter ciglio anche dal Consiglio superiore della magistratura. Il 10 luglio 1999, riunito per esaminare il decreto 145, l'organo di autogoverno delle toghe adottò una delibera che terminava così: «Si ribadisce che i criteri di priorità di cui all'art. 227 D.Lgs. 51/98 riguardano esclusivamente i processi pendenti alla data del 2.6.1999». Dunque, via libera a un principio che ora invece viene tacciato di incostituzionalità e lesione dei diritti delle parti.