Blocco degli sfratti: colpo di mano e risorse in fumo

Corrado Sforza Fogliani*

Il blocco degli sfratti non c’è stato in Italia per 6 mesi. Ultimamente c’è stato per 3 mesi in tutto, e limitatamente a tre città metropolitane (Roma, Milano, Napoli). Non è successo niente perché la gente - se politici e sindacati inquilini non ci mettono le mani, e non esasperano le cose tanto per rivendicare un ruolo - si aggiusta col buon senso: una volta attende il proprietario e un’altra volta si dà una regolata l’inquilino. Che prima o poi trova casa persino nelle grandi metropoli (ai canoni, naturalmente, determinati dalla gravosa fiscalità immobiliare), per non parlare dei piccoli centri (ove in particolare modo lo sfitto non è mai stato così alto come oggigiorno).
Nonostante questo pare che avremo – secondo un’ormai scontata liturgia – un altro blocco, preannunciato per il Consiglio dei ministri di ieri, che l’ha infatti all’ordine del giorno. Lo sconforto è grande, specie davanti alla speranza che un governo che si è presentato come «liberalizzatore» aveva creato anche in questo campo. E invece, torniamo alla stantìo rituale di sempre: alla resa della politica, alla compiacenza demagogica (in funzione clientelare), alla sfiducia nel mercato. Vedremo che provvedimento il governo farà (di concertazione - in questo settore - neanche a parlarne) e giudicheremo. Certo che, come scriveva Einaudi, «non si è mai vista alcuna normalità tornare da sola». E se i medici al capezzale sono politici e costruttori (che hanno interesse a costruire, e basta), sono sindacati del settore (che sull’«emergenza» ci contano), sono demagoghi di varia natura (idem come sopra), il problema non si risolverà mai e lo Stato continuerà a gettare via risorse. Anche il governo di centrodestra, del resto, aveva capito il problema, ma s’è voltato dall’altra parte: ha varato 7 blocchi in pochi anni, solo in questo impegnandosi. Se ci sono dei problemi locativi - questa è la verità - bisogna partire dalla considerazione che se nessuno oggi compera un appartamento (come si faceva anni fa) per locarlo, una ragione ci sarà pure. Ed è che, a locare, nessuno avanza più un euro: il 50/60 per cento del canone se ne va subito in imposizione erariale e locale e il resto in manutenzioni, amministrazione, contribuzioni ai Consorzi di bonifica, senza contare - a parte il ridicolo «libretto casa» - gli imprevisti (morosità e ripristino dell’immobile, visto - anche - come sempre più spesso le unità locate vengono lasciate dagli inquilini).
La verità è che, oggi, il contratto non è più fra proprietario e inquilino: ci sono altri contraenti, sempre più voraci, che sono lo Stato ed i Comuni, con le loro imposte. E per rilanciare la locazione (ormai ridotta al lumicino: 18,8%) e non scaricare l’intero problema sugli enti pubblici, è proprio su questo versante che occorre incidere: in senso, però, liberale (e non demagogico, come si proponeva da qualcuno di fare all’inizio di agosto). Confedilizia (che ha già documentato che il problema degli sfratti - là dove semmai esiste, nelle città di Roma, Napoli e Milano - può trovare facili soluzioni, anche attraverso un uso intelligente delle risorse che il ministro Di Pietro ha già reso disponibili) continuerà la propria battaglia perché il buonsenso (e la verità) prevalgano. Anche da sola, e non sperando certo nella solidarietà di chi non ha trovato di meglio che portare certo immobiliare sotto ali protettrici caratterizzate da interessi confliggenti o, al meglio, da disinteresse completo per il particolare problema (cosa mai interessano gli sfratti ai Fondi immobiliari?).
*presidente Confedilizia