Blogger, gli ultimi antipotenti al potere

La tv e i grandi media
li snobbavano: oggi
questi siti dominano
l’informazione, sono
diventati giornali
e fanno business. <a href="/a.pic1?ID=269246" target="_blank"><strong>&quot;Siamo alla fase tre. Ora noi filtriamo le notizie&quot;</strong></a><br />

Un tempo erano New York Times, Washington Post e Wall Street Journal a tenere sulla corda il mondo politico. Oggi non più, o meglio: non solo. La carta stampata continua a essere molto influente e, se alle copie tirate si aggiungono i contatti sui siti internet, ci si accorge che queste gloriose testate sono sempre più lette. Ma il loro potere d’influire sui partiti e sull’opinione pubblica non è più esclusivo. Nuovi media hanno conquistato prestigio, autorevolezza, visibilità. Dove? Sulla rete, naturalmente. Come? Con i blog e quei siti anomali, a cui per tanto tempo, molte grandi firme del giornalismoamericano (e fior di editori) non hanno creduto.

Li guardavano dall’alto, talvolta con una punta di disprezzo, persuasi che i diari on line mai avrebbero potuto competere con loro. Ora invece li rincorrono. Negli Stati Uniti non c’è giornalista di grido che non abbia il proprio blog, che non cerchi il dialogo con i lettori, incoraggiato dalla propria testata. E cambiano le abitudini. Ora ti alzi al mattino e oltre a dare un’occhiata al Times, accendi il computer per dare un’occhiata ai titoli di Drudge Report, Huffington Post, Politico o ai post di Andrew Sullivan o di Daily Kos. Fanno tendenza, muovono milioni di contatti e spesso riescono a innescare il tam-tam tra gli internauti, che è diventato importante al punto da indurre Barack Obama e John McCain a creare una squadra di collaboratori il cui unico scopo è di scandagliare internet, per capire l’aria che tira, per intercettare le manovre diffamatorie, talvolta per promuoverle sotto mentite spoglie. Il bello di internet è che permette di sperimentare formule giornalistiche sempre nuove.

Prendiamo Drudge Report, geniale invenzione di Matt Drudge. Che cos’è? Un sito? Un blog? Né l’uno né l’altro: è un portale che rilancia gli articoli dagli altri siti. Il segreto del successo sta nella selezione e nella disinvoltura delle scelte: Matt, che è cresciuto a Hollywood, ha il senso della notizia e del pettegolezzo. Monta e smonta avvenimenti a piacimento, dà il tono, spesso la linea.E quando interviene in esclusiva è devastante. Fu lui, ad esempio, nel 1998 a rivelare la relazione tra Monica Lewinsky e Bill Clinton dopo che il settimanale Newsweek si era rifiutato di pubblicare lo scoop ritenendolo inopportuno. Lui a pubblicare le foto di Obama mentre indossa un abito tribale somalo. Già, Obama. Per molti anni Drudge è stato considerato un populista di destra, da qualche tempo però strizza l’occhio al candidato afroamericano. E secondo alcuni politologi il suo sostegno sarebbe stato decisivo nelle primarie democratiche. Esagerazioni? Forse, ma il suo sito riceve decine di milioni di visite all’anno e Matt guadagna ha un reddito di 800mila dollari. Niente male. Huffington Post rappresenta invece il primo caso di blog che è cresciuto al punto di trasformarsi in un vero giornale on line. Merito di Arianna Huffington, che in realtà non è americana ma greca e che ha saputo mettere a frutto le sue relazioni nell’alta società americana, coltivate ai tempi del matrimonio con il miliardario Michael Huffington. Per anni giornalista di punta, la rossa Arianna nel 2005, all’età di 55 anni, decise di mettersi in proprio fondando il suo blog, di orientamento progressista. E convinse molti bei nomi della politica e dell’economia Usa, talvolta sotto anonimato, a scrivere qualche post. Pertinenti, pungenti, talvolta spregiudicati: un successo, tanto che la spumeggiante Arianna ha creato una vera redazione, che ora produce scoop in continuazione e commenti sempre sagaci. Da mesi è il blog più letto al mondo e Time ha inserito la sua fondatrice tra le cento donne più influenti della Terra.

Andrew Sullivan, un conservatore gay, invece non ha cambiato formula: il suo continua a essere un normale blog. Negli anni Novanta era direttore di The NewRepublic, ma si accorse ben presto che il suo sito aveva più lettori della rivista, da cui si dimise nel 1996, diventando un freelance e soprattutto un blogger. Time lo reclutò, ospitando il suo The Daily Dish sul proprio portale, ma nel 2007 i dirigenti di Atlantic Monthly gli hanno offerto di più ed è emigrato sul loro sito, portando con sé un pubblico sterminato. Nell’ultimo anno il suo blog ha registrato 40 milioni di pagine viste. E che dire di Politico? Qui trovano accoglienza alcuni dei più raffinati giornalisti politici che, liberi dai vincoli delle redazioni, danno liberamente sfogo al proprio talento. Molta sostanza, tante informazioni: grazie alla campagna per le presidenziali, Politico ottiene la definitiva consacrazione come il portale per seguire la politica Usa. Certo, solo un sito su un milione ce la fa.

La maggior parte dei blog vive per poche settimane o vivacchia nell’anonimato. Aben vedere Drudge, Huffington o Sullivan non sono emersi dal nulla: quando hanno iniziato l’avventura in rete erano giornalisti affermati. Avevano contatti, visibilità, esperienza. Ma hanno avuto il merito di credere in internet e di tentare la carriera fuori dagli schemi. L’audacia è stata premiata. E grazie a loro il blog vive una nuova, promettente stagione.
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