Blue Note, un anno all’insegna del jazz d’autore

Franco Fayenz

C’è molta differenza fra le serate di un jazz club e una stagione di concerti. Il club offre musica in un locale quasi sempre piccolo, tanto è vero che i «set» di un solista o di un gruppo vengono ripetuti nella stessa sera e spesso anche per vari giorni di seguito allo scopo di contenere i costi. I musicisti suonano a contatto di gomito con gli ascoltatori, i quali perciò possono influenzare non poco gli esiti delle improvvisazioni, sebbene siano talvolta intenti nello stesso tempo a bere o a mangiare (ma il fatto non deve scandalizzare: si tratta di una consuetudine comune, a suo tempo, ai migliori teatri d’opera). È chiaro che, nella vastità di una sala da concerto o di un teatro, la situazione è del tutto diversa.
Qui si vuole parlare di un jazz club milanese, appunto, e porre in evidenza - selezionando al massimo - i momenti migliori di un anno intero della sua attività, dal settembre 2004 al luglio da poco terminato, prima del breve riposo estivo. Parliamo cioè del Blue Note con sede in via Borsieri 37, unico club italiano di una serie di sette Blue Note esistenti nel mondo. Riaprirà i battenti il prossimo 6 settembre con un concerto del sassofonista Phil Woods. Com’è noto, i suoi posti a sedere sono circa 300, disposti perlopiù intorno a dei tavoli.
Nello scorso autunno, l’apertura è toccata al principe dei chitarristi di jazz, Jim Hall, arrivato in trio con la significativa collaborazione del pianista italiano Enrico Pieranunzi in qualità di ospite. Scorrendo l’elenco artistico, si incontra poco dopo la presenza (per sei sere consecutive) di Joe Zawinul con il suo Syndicate: musica non facile, perché Zawinul cerca la sintesi fra espressioni di Paesi lontani, tanto è vero che la sua opera più riuscita si chiama Stories of the Danube. Ma il successo è stato clamoroso. Prima della pausa invernale, ecco un’unica serata con il sommo pianista Cecil Taylor, uno dei maggiori esponenti della storia del jazz.
Il 2005 inizia con Clark Terry, intramontabile decano della tromba, e prosegue con il ritorno del contrabbassista Ron Carter, ex collaboratore di Miles Davis, maestro di eleganza e di meditata espressività. Il vibrafonista Gary Burton rimane per sei sere proponendo un nuovo complesso di giovani che riscuote vivo interesse. In marzo, negli stessi giorni in cui, nel 2003, inaugurò il Blue Note ultimato poche ore prima, Chick Corea si concede di nuovo all’affetto del pubblico. Gli ospiti più illustri di aprile sono due: il batterista Billy Cobham che stupisce gli ammiratori accostando alla sua vigorosa percussione un gruppo d’archi, e il raffinato sassofonista Lee Konitz. Pochi giorni dopo, Kenny Barron dà ragione a chi lo ritiene, oggi, il migliore pianista di jazz in attività. Gli vengono riservati attenzione e applausi più intensi perfino di quelli che il pubblico giovanile decreta al sassofonista Joshua Redman.
Ci si avvicina al gran finale, a metà giugno, con il contrabbassista Miroslav Vitous. In luglio ci sono solisti e complessi che non a caso vengono sottratti ai festival estivi del jazz in pieno svolgimento. Ecco Lee Ritenour, ecco il chitarrista John Scofield reduce con il suo quartetto e con il sassofonista Chris Potter dalla rassegna di Fano. Infine un altro chitarrista, John Abercrombie, e la più lieta sorpresa della stagione, il giovane Avishai Cohen: lo si conosceva come contrabbassista di livello mondiale, ma non ancora come compositore e direttore di un trio sensazionale.
Non sono mancati, naturalmente, i più quotati solisti italiani: Paolo Fresu, Franco Cerri, Tullio De Piscopo e Antonio Faraò, oltre a Enrico Pieranunzi, per citarne soltanto alcuni. Si tirino le somme, e si convenga che una illustre società di concerti, in un grande teatro, non avrebbe potuto offrire di più.