Blues Brothers: bravi i cloni di Belushi e soci

Antonio Lodetti

Ci vuole coraggio a proporre in versione teatrale un film culto come Blues Brothers con tutta la sensuale carica del blues, l’ironia corrosiva e soprattutto l’ingombrante personalità della coppia Belushi-Aykroyd. Eppure proprio Belushi e Aykroyd hanno dato il placet - ormai molti anni fa - a questo musical londinese diretto da David Pugh (che infatti s’intitola «The Official tribute to The Blues brothers») che continua a girare il mondo e imperversa in Italia (domenica ha chiuso una settimana di successo al Ciak di Milano, ieri sera al Palacreberg di Bergamo). Protagonisti sono Brad Henshaw negli scomodi panni di Jake-Belushi e David Stoller in quelli di Elwood Aykroyd. Lo show non vuole e non può ricostruire le mille irresistibili gag del film di John Landis. La storia (i due fratelli che, cantando il blues, cercano di raccogliere i soldi per evitare la chiusura dell’orfanotrofio in cui sono cresciuti) è il pretesto per far rivivere la musica, quelle memorabili canzoni che grazie al film sono entrate nell’immaginario collettivo. Brani che con gli anni hanno cambiato volto (se pensate che lo scatenato inno ludico Sweet Home Chicago era un melanconico blues che il mitico Robert Johnson cantava con voce acuta accompagnandosi con una dolente chitarra) ma non lo spirito. Henshaw (già musicista in gruppi rock e reggae come Fine Young Cannibals e UB40) e Stoller ci danno dentro con l’entusiasmo e la carica emotiva giusta, coadiuvati da una buona band e dalle robuste voci del coro. Tra i ritmi di Soul Man e l’emozione di Minnie the Moocher (che rimanda a Cab Calloway) divertimento e buone vibrazioni sono assicurate.