Il bluesman Zucchero addolcisce i puristi

Per definizione Zucchero è accreditato come il re del «blues» (le virgolette sono d’obbligo). Vedere per credere i titoli e gli articoli dei quotidiani più qualificati. O tempora o mores, pensano i puristi, che arroccati in difesa della tradizione, «tirano dritto» snobbando lui e la sua opera. Noi, che da puristi ci entusiasmiamo ogni volta che l’Alan Lomax di turno riscopre una malandata (ma quanto benedetta) incisione di un vagabondo del Mississippi, consigliamo caldamente ai nostri «compagni di fede» l’ascolto di un concerto di Zucchero. I tre show - conclusisi ieri sera - all’Arena di Milano sono un ottimo test, perché Zucchero ha la profondità, la nervosa sensualità, la rabbia e quel pizzico di cialtroneria guascona che quelli come noi cercano nella musica del Diavolo. D’accordo non è blues il suo - oppure è una versione traversale, assolutamente meticcia, bastarda in senso positivo - ma la proiezione attuale di un cocktail di suoni in cui la matrice nera è primaria. Naturalmente nel bicchiere c’è solo una goccia di country blues del Mississippi, ce n’è qualcuna di più dello stile di Chicago (per esempio in Diavolo in me o in Bacco perbacco); ma in compenso più di metà del contenuto è soul fremente e doc, anche se sull’etichetta c’è scritto Roncocesi, provincia di Reggio Emilia, e non Vicksburg o Detroit. È ruspante nelle ballate a tutto ritmo e avvolgente in quelle lente come It’s All Right e Diamante. Sarà anche uno che a tratti rubacchia qua e là qualche passaggio e qualche frase (ma il fascino e i giri armonici di certo r’n’b di New Orleans non sono irresistibili? Basta saperli dosare a dovere in un nuovo impasto armonico), ma la voce e gli strumenti creano una trama sinuosa, lontana dal mood drammatico di certo blues, ma ricca di intuizioni e di sorprese emotive. Bella scoperta che Zucchero non sia l’erede di Muddy Waters (a parte le citazioni di Got My Mojo Working et similia), o di Jimmy Reed o Buddy Guy, e men che meno di Robert Johnson; casomai c’è lo spirito di Solomon Burke (l’anziano re del soul con cui spesso collabora) o di Wilson Pickett e di personaggi sconosciuti al grande pubblico come Luther Johnson. Dovessi proprio definirlo (maledette le etichette) lo metterei all’incrocio tra Burke, Robert Cray e Joe Cocker, con un pizzico di melodia italiana che lo rende personale (e quindi, lo capisco, meno «nero» e meno tradizionale). Oppure è il Blues Brother italico (oggi più che mai ha una voce ferina e strepitosamente calda), quello che, come fecero Belushi e company - ha acceso i riflettori su un mondo che andava scomparendo dandogli una immensa e insperata popolarità. Zucchero è un maramaldo. Ma ci mette il cuore e la passione; molti di noi (puristi) che adorano con passione i vecchi maestri, lo ascoltano con la voce della ragione e, come dice Pascal, tra ragione e passione c’è sempre guerra. Ma in questo caso non ci si sente un disertore ad ascoltare il «blues» di Zucchero. Anzi, si rischia di provare qualcosa di intenso.