Il bluff della foto di Valpreda

La foto che vedete qui sopra è una patacca. C’è l’anarchico Pietro Valpreda, quello accusato per la strage di piazza Fontana e poi assolto, vestito in jeans e giubbetto, capelli in libertà. Ai suoi lati, quattro poliziotti che sembrano manichini della Facis o della Lebole: giacca, cravatta, capello corto e ben pettinato.
Questa foto è una patacca che circola ormai da sette anni, e che è stata più e più volte smascherata, come poi vi spiegheremo. Eppure viene ora riproposta come se niente fosse sulla copertina di un libro - Il Pistarolo (Da piazza Fontana, trent’anni di storia raccontati da un grande cronista) - che è appena uscito anche se il suo autore, Marco Nozza, è morto otto anni fa. Nozza aveva fama di essere un giornalista serio, anche se ossessionato dai complotti. Senz’altro serio e prestigioso è l’editore del libro, il Saggiatore. Per questo siamo sorpresi: di solito, certe panzane circolano in ambienti ai margini, tipo quelli che vogliono far credere ancora ai Protocolli dei Savi di Sion o convincere che l’uomo non è mai stato sulla Luna.
Cerchiamo di spiegare perché questa foto è una patacca. Chi la diffonde dice: è stata scattata il 16 dicembre del 1969, quando Valpreda fu messo di fronte al tassista Cornelio Rolandi, il superteste della strage. Rolandi aveva detto: il 12 dicembre ho accompagnato un uomo alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, l’ho visto entrare con una pesante borsa nera e uscire senza. Poco dopo, il botto.
La polizia - c’era anche il commissario Calabresi, a guidare le indagini - pensò che l’uomo descritto da Rolandi potesse essere Valpreda: lo conoscevano come un balordo che frequentava gli anarchici più scalmanati. Così, il 16 dicembre a Roma il giudice Vittorio Occorsio organizzò il confronto: Valpreda in mezzo a quattro poliziotti-comparse. Rolandi non ebbe dubbi: indicò l’anarchico, «l’è lù», è lui.
Lo scopo di questa foto è evidente. Vuol dire: guardate, era logico che Rolandi indicasse Valpreda, lui vestito come uno sconvolto, gli altri come dei figurini. È la prova che polizia e magistrati giocavano sporco, volevano incastrare con ogni mezzo gli anarchici, e più in generale la sinistra.
Fu il quotidiano Repubblica, nel settembre del 2000, a pubblicarla per primo, sostenendo appunto che documentava il confronto del 16 dicembre 1969. Giorgio Bocca chiosò: «Questa fotografia è la prova inconfutabile che il “secondo Stato” voleva Valpreda colpevole ad ogni costo».
Ma come stiamo ripetendo fin dall’inizio, quella foto è una patacca. Non c’entra nulla con il confronto che portò all’arresto di Valpreda. Fu scattata ben cinque anni più tardi: nel 1974, a Catanzaro, dove si celebrava il processo per la strage. I giudici, nel tentativo di valutare l’attendibilità della testimonianza di Rolandi (nel frattempo scomparso), convocarono come testimoni i quattro poliziotti del confronto. Volevano vedere se, perlomeno di faccia, c’era somiglianza tra indiziato e comparse. Così rimisero i cinque uno di fianco all’altro per una nuova fotografia: solo che le quattro comparse, da bravi poliziotti, si erano presentati in aula come fossero al loro matrimonio; al contrario Valpreda, che era lì come imputato, era vestito al solito, senza formalismi.
Ecco come nacque quella fotografia. E sul fatto che sia del 1974, e non del confronto, non vi può essere alcun dubbio. Primo: risulta agli atti del processo. Secondo: il lettore può scorgere, tra le gambe di Valpreda e quelle dei poliziotti, una riga bianca: è di un campo di pallavolo, quello della palestra in cui si celebrò il processo di Catanzaro. Terzo: il 16 dicembre del 1969 Pietro Valpreda si presentò al confronto davanti al tassista Rolandi vestito con un cappotto, una giacca e una cravatta, come documenta la fotografia dell’Ansa che ripubblichiamo in queste pagine. Quarto: che al momento del confronto all’americana sia i poliziotti-comparse sia Valpreda fossero vestiti con abito e soprabito, è scritto anche nella sentenza di primo grado, pagina 886.
Tutte queste prove furono pubblicate a più riprese da il Giornale e da Sette (il magazine del Corriere della Sera) subito dopo l’articolo di Repubblica, e poi ancora nel settembre del 2005, dopo che Carlo Lucarelli, alla sua trasmissione Blu Notte, aveva riesumato la bufala di un Valpreda in jeans in mezzo a quattro poliziotti inamidati. Eppure, questa foto-patacca continua a essere spacciata come prova della malafede preconcetta dei magistrati e della polizia. È questa lunga vita della bugia che ha dell’incredibile.
E c’è un’altra cosa da dire, infine. Questa menzogna così ostinatamente riproposta non rende un buon servigio - oltre che a Occorsio e a Calabresi, entrambi caduti per mano dei terroristi - neppure a Valpreda, anch’egli scomparso, e meritevole di una miglior difesa. E non lo rende neppure a Marco Nozza, il quale era sì uno di quei «pistaroli» sempre portati a vedere trame di un colore solo; ma un pistarolo che una foto del genere, su un suo libro, non l’avrebbe permessa.
Michele Brambilla